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22 novembre 2013

E non vorrei, lo sai (il libro)




permalink | inviato da illaerte il 22/11/2013 alle 17:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

5 novembre 2013

La Morale da Campo Sportivo

L’articolo 11 del nuovo Codice di Giustizia Sportiva parla chiaro: ogni offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, è da considerarsi – sempre e comunque – una discriminazione intollerabile, ed in quanto tale passibile di pesanti sanzioni. L’ha imposto la Uefa. Noialtri l’abbiamo recepito ad agosto. E da allora, le curve della Lazio, della Roma e dell’Inter hanno subito il contrappasso della chiusura, della serrata.

Nel nome di un non meglio identificato calcio senza contraddizioni, senza stridori. Nel solco dell’ideale di una ineccepibile Morale da Campo Sportivo che dovrebbe, per i moderni tecnocrati, generarsi attorno al rettangolo di un gioco, a colpi di maglio e punizioni, mentre attorno la società brucia di attriti e bolle come una pentola a pressione. È il nuovo corso della demagogia intermittente. Del “va tutto bene” forzato. Della cecità volontaria. Quella che ha piazzato lenti d’ingrandimento e mirini dei cecchini sugli eroici frequentatori residui di quello che, una volta, era il proscenio dello sport più seguito ed amato d’Italia. E che oggi non è che una blanda, patetica, grottesca messinscena. Un teatrino dove proliferano attori scadenti e ballerine di seconda fila, impresari arroganti e registi sul viale del tramonto, inondati – come durante ogni decadenza – dei milioni sonanti di qualche Mangiafuoco. Che paga perché il carrozzone vada avanti, senza divertire. Orienti gli acquisti, i gusti e le tendenze. Ed imponga i comportamenti. Edificanti e rispettosi, per forza di cose, mentre il sottobosco prolifera di business e meretricio. Come chiedere ai marinai di indossare il frac per frequentare i bordelli dei bassifondi.

La curva dell’Hellas fu avvisata alla prima di campionato. “Al primo coro contro Balotelli, si sospende la partita e ve ne tornate a casa con la sconfitta a tavolino in saccoccia”. A breve toccherà al Milan, pagare. Per punire la curva degli insulti “razzisti” ai Napoletani. Per avvertire tutti gli altri. Che la stessa sorte può capitare a chiunque. Va da sé. Un calcio fatto di minacce ai tifosi è un calcio che persegue un solo obiettivo: estirpare dalle arene il protagonismo popolare.
I progressisti belli, quelli che plaudono agli interventi “anti-razzismo” – oltre ad essere, come al solito, indietro rispetto al punto focale della questione – altro non sono che la ridicola proiezione di una fetta “militante” della società che, per decenni, ha provato ad immaginare un popolo ideale, a immagine e sembianza del proprio tornaconto. O delle proprie tesi fallimentari. Ma, fortunatamente, il popolo non è etichettabile, non è confinabile, non è arginabile. E le curve non possono che esserne il risvolto più evidente. O lo si comprende, o ci si isola nella torre d’avorio dei saccenti. Piaccia o non piaccia, la società è quella che popola i gradoni. Non quella che in televisione non può dire “Cazzo!” alle tre di pomeriggio. La prospettiva stessa di addomesticare una moltitudine (sebbene resa sempre più esigua dalla politica mirata di spopolamento di certi segmenti di socialità), è una sciocchezza di per sé. La suggestione di farlo mediante la repressione, è addirittura folle. La repressione crea un tabù. E i tabù creano ribelli. Quando un “Buuu” viene unilateralmente refertato a “razzismo”, e condannato come e più di un bel pestaggio di polizia, allora il “razzismo da stadio” diventa la frontiera che decine di migliaia di ragazzini vorranno varcare. Per testare il loro grado di oltraggio alla pubblica morale. A quel punto, progressisti, si sarà fatto un passo avanti nella lotta al razzismo vero (Quello, per intenderci, degli imprenditori alla ricerca di manodopera sfruttabile e dei politici pronti a fomentare la guerra fra poveri per ansia di mantenersi a galla)?

Il calcio visto dalle curve – e non soltanto dalle cosiddette “curve di destra”, speculari all’immaginario buonista delle altrettanto immaginarie “curve di sinistra” – è elogio dell’appartenenza, dell’identità, della tradizione. Cittadina, stracittadina, micro o macro regionale, in ogni caso di parte. Qualsiasi curva, quale che sia la propria composizione sociale, subisce l’affiliazione per tale potente iniziazione valoriale.
E, da che mondo è mondo, i termini dell’adesione, esplicita od inconscia che siano, – di per sé assolutamente neutri e nient’affatto caratterizzati “a destra” come i soliti sociologi faciloni tendono a ritenere – si elevano a potenza quando brillano nel negativo, nell’opposizione ad altre appartenenze, identità e tradizioni.
Foggiani e baresi, baresi e leccesi, leccesi e tarantini, tarantini e foggiani, foggiani e barlettani.
Un “tutti contro tutti” che, calcisticamente, ricalca e riproduce in infinite varianti, da sempre, la massima del confinante “antipatico e odioso” di Decurtisiana memoria. Perché è così. L’idea del nemico, dell’incompatibile avversario, è insita nel tifoso di calcio quanto la stessa passione per i colori. Foggianità e Anti-baresità sono un tutt’uno. Che si esprime nei cori (sempre meno) possenti delle curve, negli striscioni offensivi, negli sfottò vocali e murali, con la stessa carica emotiva, sentimentale, viscerale, di uno scontro in campo aperto più idealizzato che realizzato. E chi arriccia il naso delicato dinanzi a queste semplici affermazioni di difficile contestazione, non è mai stato in uno stadio. E dovrebbe evitare di giudicare. Men che meno di legiferare. Certo. Ma, principalmente, dovrebbe riconoscere di non conoscere la propria gente. Perché – pur senza arrivare al Barbarossa e alla Battaglia di Legnano – lo stesso meccanismo del riconoscersi/scontrarsi si perpetua ovunque, nelle pieghe di un presente apparentemente pacificato e civilizzato. Le contrade di Siena, Bergamo e Brescia, Manfredonia e Cerignola, pari sono. Perché può variare l’intensità, la virulenza e persino la frequenza del confronto/affronto. Ma non certo il principio di fervida inimicizia che si fa rivalità costitutiva della propria epica di comunità. Tentare l’impresa di impedire – per decreto e attraverso un mare di sanzioni – l’esercizio, nelle sue mille forme, di uno dei tratti fondanti della gens italica, è un azzardo pedagogico fuori da ogni grazia di dio.

Il razzismo, poi, è il più odioso dei pretesti. Quello attorno al quale gli Illuminati pensano di poter disegnare i caratteri della crociata. Quello che porta la brava gente non-razzista ad aver sublimato e soffocato ogni critica al ministro Kyenge. Quell’antirazzismo che non è integrazionista, non è classista, non è nulla, se non il pallido riflesso di un senso di colpa da benessere. Come certi attori di Hollywood finanziatori estremisti del Partito Democratico. Credere che la cultura di un Paese possa sgorgare dalla chiusura delle curve, che la società multirazziale già in atto da secoli possa progredire attraverso un sistema di privazioni e punizioni (e non attraverso leggi mirate, per esempio), è come credere che le botte, e solo quelle, possano educare i bambini al vivere civile. E, anche se a suffragare questa tesi dovessero giungere stormi di ex-picchiati ora dirigenti di banca o di partito, sta di fatto che il popolo non è un bambino. E nessuno ha il diritto di ignorarne la propria maggiore età. Chi teme le curve, teme le strade e chi le abita. Ma non si possono chiudere le città. E se qualcuno non vuole rimanere confinato in casa, assediato dai nuovi barbari di cui straparla, allora è bene che cominci ad escogitare qualcosa di nuovo. Per uscire dal terrore che egli stesso ha costruito.




permalink | inviato da illaerte il 5/11/2013 alle 16:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

5 novembre 2013

XXXVI.

Il tempo andato
è andato.
Tetro
come una cava di torba.
Luminosissimo.

Avido.
Abbacinante, addirittura.
Come una guarigione
di cui è giunta voce.

E finita male.




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2 novembre 2013

Il lampadario e la Calza dei Morti


La colpa è – senza possibilità di smentita – da ricercare nel lampadario che avevamo all’ingresso. All’altra casa. A casa vecchia.
Pesante eppure solido e leggiadro. Come la dignità che si indossava a quei tempi.
Brutto come la subalternità, ma di quel brutto che – a colpi d’evidenza – finisce per diventare fondamentale. Nella tenuta dell’insieme. E casa vecchia aveva l’agorà. S’apriva agli ospiti sfoggiando una piazza in miniatura, su cui affacciavano le stanze. Il lampadario – anfitrionico – reggeva l’equilibrio senza quasi darsene peso o vanto. Catturava lo sguardo prima della pesante stufa a metano della Argo, epicentro delle giornate invernali.
In ferro battuto, dettava i tempi.
Io ci vedevo altro.
Soffermavo lo sguardo sull’artifizio luminescente, ma senza concentrarmi sulla sfera opacizzata che occultava la lampadina. Osservavo piuttosto i ghirigori che il maniscalco a lotti aveva prodotto alla sua base. Una specie di barocca Effe di violino, ripetuta quattro volte e molto più barocca del necessario. Serpentinatissima, aggettante.
Mi domandavo come facessero gli altri a non vedere quel che vedevo io. Nottetempo, soprattutto, quando quelle quattro figure apparivano traslucide nel riflesso del televisore acceso.
Erano dei mostri. Quattro mostri evidentissimi. Tirannosauri stilizzati, draghi sputafuoco, uomini primitivi, al più. In posa d’avanzare verso il mio giaciglio di ossessione.
Di giorno svanivano, come da tradizione, per tornare ad essere dei pezzi di simil-bronzo applicati ad un manufatto di scarso valore. E di discutibile pregio estetico. Ma la notte, riscaldati alla brace della mia paura, prendevano vita. Si riprendevano, più che altro, la loro vita autentica. Quella di esseri deformi in perpetuo girotondo alla base di un occasionale lampadario. Entità degli inferi pronte ad approfittare del serrarsi delle mie palpebre per divenire padrone assolute della casa. E dei suoi abitanti.
Così, ogni notte, la sopravvivenza stessa della nostra famiglia, dipendeva dal mio stato di veglia. O di sonno.
Quella notte la spuntai.
Leonardo non voleva mica che dormissi in camera da letto. Avevo la mia, di stanza. Flaudia dormiva placidamente, senza farsi problemi di sorta. Ed era più piccola di me di tre anni. Non avevo alcun diritto di dormire tra lui e mia mamma. Non avevo malattie, non scottavo, non avevo perso improvvisamente peso. Eppure la spuntai. E presi posto nel letto grande.
Dalla camera, l’ingresso era visibile solo attraverso un complicato gioco di contorsionismi. Che era inutile compiere, alla lunga. Ma aveva l’inconveniente di uno strano armadio a muro di quelli che tanto piacevano negli anni Settanta. A specchio. Ai piedi del letto. E gli specchi hanno la dannata abitudine inveterata di riflettere ciò che capita, senza discernimento, senza chiedersi il perché. E quella notte di Ognissanti, riflettevano l’ingresso. E il lampadario.
Non avevo paura. Tra i miei capitava sempre che fossi il primo a cedere, a piombare in un sonno da palombaro, profondo e messo in sicurezza. Ma quella notte non andò così.
Forte della mia condizione di bambino spalleggiato dai corpi dei miei genitori, avevo lanciato poche occhiate furtive e poco impressionabili agli specchi-ante dell’armadio. Ma quando una sensazione di gelo incombente prese a strisciare tra i miei piedi e la coperta, fui assalito dal catastrofico sospetto di non aver ceduto al sonno prima dei miei. La saliva si fece mastice. Ingoiai con difficoltà. Provai a tossire per suscitare clamore. Non ottenni risposta. Il gelo mi si avvinghiò allo stomaco. Ma dovevo restare calmo. Così, mentre le pupille già si dirigevano in modalità automatica verso l’inevitabile obiettivo, provai a parlare. Chiesi una cosa a caso, ad alta voce, come se fossimo a pranzo in soggiorno. Con la disperazione che s’affacciava dall’anima come una Giulietta qualsiasi a quel balcone veronese. Sapevo che non avrei ottenuto risposta. Queste cose si sanno sempre, anche se gli esseri umani sono soliti ingannarsi. Non mi rispose nessuno, neanche mia madre. E, prima ancora di far guadagnare faticosamente metri al panico, battendomi zolla per zolla, mi gettai tra le sue braccia a gambe levate, con una corsa convulsa. Fissai quei mostri abbarbicati al lampadario. Erano lì. Trionfanti, arroganti, superbi. Con la postura mobile di chi dice: “Povero idiota! Pensavi che sarebbe bastato comportarti da poppante per sfuggire al nostro potere?”.
Non so quanto tempo son rimasto così. Con gli occhi chiusi, serrati, falsi. Per ingannare i fantasmi del lampadario. Per dargli a bere che stavo dormendo, come se non ci fossero.
Fatto sta che fu in un luogo imprecisato di quella notte di Ognissanti che la vidi.
Vidi mia madre, dopo averne sentito il movimentato e pigro risveglio, in piedi davanti ad un’anta aperta dell’armadio a specchio. Non si era accorta dei miei occhi spalancati come finestre d’aprile. E seguitava, come se niente fosse, a tirare fuori di lì una quantità di calze dei morti.
Ma mia madre, a meno che non fosse accaduto l’irreparabile durante quelle poche ore – nel qual caso, senz’altro per colpa di quei mostri all’ingresso –, era viva!
Non c’era tempo per i sospetti. Avevo capito. Era chiaro anche a me. Nina si accorse del mio stato di veglia. E ricambiò il mio sguardo implorante con una prosaica occhiata di rassegnazione. Mista a soddisfazione. “Te ne sei accorto, beh, pazienza”, dicevano quegli occhi ancora assonnati. “Prima o poi doveva accadere”. Tornò a letto dopo aver fatto il giro della casa. Dopo aver lasciato sulle maniglie delle porte o sui pomelli di altri armadi, i doni dei nostri defunti. Mi disse: “Dormi”. E io, stupefatto da tanta naturalezza e ormai dimentico di quei presagi a forma di tirannosauro, mi addormentai.
Come per il tocco di una fata.

Il giorno dopo decisi di far finta di niente.
E continuai a non chiedermi come facessero i nostri morti mai conosciuti, sepolti al paese, a sapere che preferivo il Mars al Bounty.




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10 agosto 2013

XXXIV

Eppure.
Ci sono quelle volte.
Che una mano ti scuote dal sonno.
E la voce che s'affaccia al dormiveglia
è voce di fata
dai boschi del tempo
impietrita nell'atto di scampare.
Indomita alla glaciazione.

Hai reciso le mie frastagliate gole vulcaniche.
Una per una. Due alla volta.
Eppure.

Quel che dici è quello in cui credo.




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21 luglio 2013

Due colpi


Mi avete perso, gettato all’inferno, gettato all’inferno, gettato all’inferno (Senza sicura, Parola armata)

Davanti alla Blackred, a via Brindisi. O all’angolo del Maselli. Tiepide sere di primavera. Seconde serate già compiutamente autunnali. Vent’anni appena accennati. Marx e Bakunin come fossero Coppi e Bartali negli anni Cinquanta. Poli ascendenti ed opposti di un dibattito eterno, fumoso e teorico, che sapeva di carta da fotocopie e libri presi in prestito alla Biblioteca provinciale. A vent’anni è così. I marxisti e i libertari, a colpi di maglio, come ballerini russi sulle parole di stampa. Le realizzazioni pratiche, l’Urss e Kronstadt, sarebbero venute dopo. Prima ancora della Guerra civile spagnola, della lotta armata e delle Brigate rosse. Molto dopo sarebbero nati i Giovani Comunisti e la Sinistra giovanile. Ma a vent’anni si rifugge persino il dibattito sulle realtà. È puro pensiero, nell’ultimo quinquennio del Novecento. I famosi massimi sistemi. Avevo occupato scuola per tre anni di fila. Mi ero guadagnato una fama da fedayn. I miei dicevano: “Cambierai”. E io mi facevo crescere i capelli. Omaggio stolto al cliché del comunista. E speronamento al mondo dei genitori. Poi sono venute le pratiche. L’ordinaria amministrazione di chi s’ammanta di militanza. Perché ama il termine. E ascolta i CCCP d’ordinanza, pensando che davvero quella fosse l’Ortodossia. Il punk non era compreso. Né ai tempi dei collettivi universitari, né a quelli dei comitati proletari. La formazione politica di un autodidatta si abbevera di mitologie, più che di filologie. Succhia linfa a casaccio. Parla di contesti, ma ne conosce pochi. Tra un Trotzkij liberale ed un Gramsci revisionista, si punta alla linea giusta con lo stesso fiuto dei velisti che annusano il vento. Un po’ per studio, un po’ per approssimazione. E un po’, perché no, per buona sorta. Dodici anni fa, a quest’ora, ne avevo venticinque. E del comunista l’abito. Inappuntabile, forgiato nel ferro presunto dell’ancor più presunto soviet dei sarti. L’armatura, l’atteggiamento. Inequivocabile. E i volantini, lunghi come una notizia letta da Piantanida a Telefoggia, ai tempi. Poi, due colpi. In una piazza così lontana da questa stanza che se mi affaccio posso vederla.

Senza, avrei continuato a scrivere. A sostenere i Kurdistan e le Galizie di turno. A parlare della repressione preventiva, della controrivoluzione a rivoluzioni inventate. Avrei preso parte agli scioperi della Cgil. Ancora per un po’. Per qualche anno, al massimo. Perché la vita impone i suoi ritmi. E a furia di blaterare la gola si secca. Mi sarei moderato, forse. Sarei cambiato, come vaticinavano i miei. Chi può dirlo. Più serio, progressivamente più posato, più adulto. Si, sarei diventato adulto. E maturo. Avrei smesso di inseguire fantasmi con la retina per le farfalle. Mi sarei ancora pomposamente definito comunista, probabilmente. Con lo stesso orgoglio adolescenziale di chi viene sgamato sottobraccio ad una compagna di classe. Con la fierezza postuma di chi si compiace d’essere animale da circo. In via d’estinzione. Ci sarebbero stati i libri, altri libri. E magari salotti in cui sfoggiare – dinanzi al ricercato stupore altrui – quanto bene possa germogliare un eloquio forbito nella bocca di un figlio del popolo. Sarebbe stato, forse, il mio estremo oltraggio. Ma anche l’oltraggio più estremo. Perché i trent’anni non sono i venti. E la Lunga Marcia di Mao sarebbe parsa sempre più lontana. E sempre meno interessante. Sino a svanire. Non è abiura, è legge umana. Non dico un partito, sempre più a destra nell’arco costituzionale. Ma sai, la vita.

Invece, quei due colpi. In una torrida giornata d’estate. Col sole che squama la pelle e le lacrime che irrigano campi di rabbia tra le guance. Serrate in un ghigno che non s’è più sciolto. La nascita di Cristo. Il prima e il dopo dell’umanità. aC/dC. La morte in piazza, la tua morte, il tuo assassinio, Carlo. Il prima e il dopo della mia banale esistenza. L’ho visto dopo, coll’accumularsi di granelli nella clessidra. Sul momento non è stato chiaro. Come poteva esserlo. Ma è stato quello il giorno in cui ho perso la maniacale voglia di tessere distinguo. Il giorno in cui si è spento il chiacchiericcio da comari. Il giorno in cui ho smesso la tonaca delle sottigliezze. Che ho dato alle fiamme quel che ero. E nella testa una centrifuga ha lavato via la paura. Il timore. Persino quel credersi più di quel che si è, talmente preziosi da non rischiare laddove altri muoiono. E Marx e Bakunin e la Cnt e le Brigate internazionali e Stalin e Ho-Chi Minh, sono diventati inutili orpelli, tare della viltà. Quel giorno, a Genova, lo Stato ha deciso di imporre militarmente una neutralità a-politica a quello che era il Movimento. Ed è riuscito nell’intento, riducendo al terrore e al terzismo il fiume della partecipazione. Ma ha fatto anche altro. Ha distrutto il mio ancoraggio ad un progetto. All’idea agghiacciante che se fai qualcosa è per giungere ad un campo-base da cui ripartire. E, senza, resti immobile. Ha spazzato via da me ogni remora, ogni rimorso, ogni reticenza. La mia voglia di capire. Ora no, non ho voglia di capire più nessuno. Chi sta da questa parte è mio fratello. Chi sta da quella, è un nemico. Punto. Per molti teoreti questa è una bestialità gratuita. Ma se qualcuno dovesse chiedermi il perché dei lunghi viaggi, dell’adrenalina che scorre a fiotti incordonati davanti alla celere schierata, degli attacchi e delle ritirate, delle nottate in questura, degli arresti e dei processi, dei giorni e delle notti trascorsi a dare vita a scintille di rivolta in scala; se qualcuno, in definitiva, dovesse chiedermi, come il peggior Masini, “Perché lo fai?”, io risponderei col tuo nome. Risponderei: “Carlo Giuliani”. E non avrei bisogno di aggiungere altro.




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21 luglio 2013

XXXIII

Ciò che è semplice è un milite
Un guerriero di sonno e di quiete
Un solco nell'arenaria terrena.
Il semplice mi aggredisce il petto
con l'ardore di un'infiammazione.




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21 luglio 2013

XXXII

E questi gelsi.
La città bombardata. Coventry, luglio.
La città sotto attacco. I ritorni pneumatici
che nell'aria fossile rilasciano ferro.
Che odorano di uranio. E sangue vivo.
Ruvido, dalla riunione dei rami
in festa. Senza un motivo. L'organo che ho in petto
è un felino di piccola taglia.
Mi mostra una zampina spezzata,
mi punta le ciglia addosso.
Lo curo con le parole che scortico dai fusti,
che sradico nell'altrove.
E nella sommatoria degli elementi
mi manca sempre qualcosa.




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17 luglio 2013

Fasano e la propaganda del nemico


Nota sulla presentazione di E non vorrei lo sai lasciarti mai perché.

Sentirete cose bizzarre sulla presentazione di Fasano.
Un fuoco pirotecnico di congetture e versioni fantasiosamente architettate da menti distorte e in malafede giungeranno alle vostre orecchie. Vi racconteranno frottole. Sappiatelo. Storie risibili che narrano di una proposta indecente, di un grossolano strafalcione sotto porta e di consimili amenità.
Bugie. Pervicaci bugie, come solo in certi ambienti faziosi se ne sanno generare.
Ma teniamo il buono. In rassegna. Avreste dovuto vedere il posto. Le cose in grande. Cascinale riconvertito ad agriturismo, a B&B o a qualcosa di assai prossimo ad essi. Ulivi secolari a perdita d’occhio. Gazebo in ferro battuto e spiazzo raccolto e isolato per il palco, il pogo, la birra e le bancarelle dell’autoproduzione. Fa anche fresco, in definitiva, per essere una domenica pomeriggio di luglio (o, forse, la cantilenante promessa dell’afa con attinente sofferenza preventiva di Sabrina ci ha fatto sembrare tutto più sopportabile). Saluti, birra, t-shirt. Altri saluti, altra birra, altre t-shirt. E la rossa artigianale degli andriesi. Respect per la Gran Cru. Non vedo il classico tavolinetto con le classiche due sedie a sfidare lo spazio-platea. “Magari sarà dentro”, penso guardando la casupola bianca. “Lì ci abita il proprietario”, mi si dice. Capisco che non sarà nel suo salottino, la mia seconda presentazione di E non vorrei lo sai lasciarti mai perché. Ma è giusto così, che siamo in piena bella stagione. E quello, in salotto, si sta guardando la televisione. Torsi nudi, tatuaggi e – ahinoi – diverse infradito. E una storia, ripetuta a più voci. Qui, stanotte, è sopraggiunta una pattuglia dei carabinieri. “Ma come? Ma dai? Ma come cazzo?”. Eh, già. Eppure il South riot festival ha tutte le carte in regola. Campeggio in un’area ideale, isolamento completo dalla città, un contado disabitato su cui far rimbalzare note e oltraggi. Ma si sa. Quella storia del coltello e del manico. Quella puntigliosa capacità di trasmutare da bevitori di caffè al bar in zelanti trituratori di palle. Quell’esito desiderato: fare in modo che molti abbandonino il campo. Per evitare di rispondergli a dovere. E di mandare a puttane tutto. Esito che, tra i papabili, è ancor più desiderato. Ecco perché i ragazzi e le ragazze che abbiamo incrociato dal vialetto di ghiaia al piazzale del parcheggio portano in viso una certa aria da sopravvissuti. Ecco il perché delle tende così rade. Così, alle 18 e qualche minuto, comprensivo del solito ritardo accademico, varchiamo il reticolato basso. Le porte non hanno reti. La terra è rossa. È campestre, genuina e schietta. Il pallone ha i pentagoni. No al calcio moderno. Sull’ulivo è appollaiato un Supersantos, che si gode lo spettacolo. Rimbalzi, stop approssimativi, funamboli e giocolieri. E Olè. Dapprima senza nessun volontario tra i pali. È un classico. A quest’ora Giuseppe sarebbe già rosso di terra dell’agro fasanese. Ma quello dice che deve stare a Londra. Un ardito prova a occupare fisicamente quello spazio, mentre il cerchio s’allarga e la trama dei passaggi si fa più fitta. Ma non è più che questo: un’ indebita occupazione di suolo agreste. Campioni ultratrentenni ingiustamente sottovalutati che sanno persino crossare alzando il pallone e giovani talenti che rallentano il gioco e non ce la contano giusta. “Dove passi i tuoi pomeriggi, Luca?”. Schemi anni Novanta e soventi urla strazianti: “Palla!”, si invoca quando la suddetta decide di fuggire fuori dal rettangolo d’onore (dai margini ipotizzati e dai perimetri a occhio). C’è magia nell’aria. Il primo ardito svicola dall’ingrato ruolo del guardiano dei pali e appena può se la fila, improvvisando un impegno irrimandabile. Un secondo ardito sopraggiunge e prende il suo posto. E para, persino. Fino alla parola magica. Sfida. Da sempre un trastullo irresistibile. Noialtri dauni siamo in quattro. Il resto del mondo, con netta prevalenza ionico-salentina, in cinque. Sabrina è sulla montagnola del calcio d’angolo. Ma converte in dovere il grido di dolore che si disegna sui nostri sguardi imploranti e muti. E va in porta. Cinque vs cinque. Noi siamo uno squadrone. Placidi, assorti, sicuri di noi. Tanti baobab nell’uliveto. La cerniera del reparto difensivo funziona, la nostra portieressa è protetta come nella Torre di Londra (Topò, mocc a te…) e non corre rischi. La circolazione palla è dosata e sublime. Un ricamino continuo. Passiamo in vantaggio, subiamo il pareggio per puro caso, poi dilaghiamo fino al 5-1. È una presentazione impegnativa. Sudo. Mi sudo la maglietta nuova. A loro saltano gli schemi. Volete sapere di quella volta del rigore con la Reggina? O parliamo del calcio che fu, della passione popolare uccisa dalle televisioni e dai decreti? A disposizione! Intanto verticalizziamo. Ai salentini-ionici saltano gli schemi e i nervi. Accampano scuse puerili, frignano, dicono che Sabrina è una Medusa e li pietrifica. Si sa come fanno. Noi ci lasciamo sedurre dalle mollezze liberalborghesi dell’accademia. E loro si rifanno sotto. 5-4. Puntano la Medusa con crudeltà maschilista. Noi ripristiniamo gli argini e rimodelliamo le distanze. Il primo tempo finisce con la motivazione più ovvia e banale, dai tempi del Casale campione d’Italia: la scoperta di un alveare dietro la nostra porta. Dentro la nostra porta. Un masso ciclopico sul minuscolo portale d’ingresso del regno delle api chiude la questione, e fa tanto inferocire le bestiole. Ma a Sabrina non basta, teme ritorsioni come un diplomatico kazako. E cavallerescamente l’altra squadra propone di invertire i campi. Il loro estremo difensore ha un passo esplicitamente annoiato ma costante. È già a centrocampo quando la decisione diventa ufficiale. La ripresa è nostra, come l’intero giuoco del calcio. Il 7-4 spegne le speranze residue. Ma gli spartani e i messapi si battono, sparpagliatamente. Propongono persino un cambio tattico, per bearsi. Ci guadagnano, perché sul terreno rosso sangue comincia a dimenarsi un atleta volenteroso e caparbio. Ma non c’è verso. Al tramonto, con le note del primo gruppo già sul palco, la mia presentazione è sul 10-7 per noi. Vinciamo facile. Abbiamo vinto. Ma a questo punto la storiografia ufficiale è costretta a subire la pornografia della protervia, dell’illazione, della falsità. Le sirene della disinformazione narrano di un tarantino che propone: “Chi la fa, la vince”. Condizione assurda, visto il risultato. Proposta irricevibile. Arroganza assoluta, figlia di una concezione sopraffatrice. L’opzione capestro – vi diranno, addirittura – viene accettata. E gli ultimi cinque minuti s’incendiano di agonismo e rovesciamenti di fronte. Le famose sirene, giunte a questo, non freneranno più la lingua, foriera di menzogne. E vi parleranno, nei dettagli, di un’azione che mi vede come incolpevole protagonista. Una fuga sulla destra, un pallone che sale in cielo, il loro portiere che s’allunga a mano aperta verso l’ambita sfera piena di pentagoni, un anticipo che lo scavalca. E qui entrerei in gioco io. A porta vuota. Vi diranno – questi prezzolati cantatori di bugie – che non sono andato di testa, che non sono andato di destro, che non c’ho provato di sinistro, che disperato e goffo avrei provato a buttarla dentro di anca, ma in ritardo sul recupero disperato dell’atleta caparbio, che avrebbe salvato un gol fatto. Pura mitologia. Fandonie! Ma vi pare che io mi mangio un gol così? Ricacciare in gola ai propagandisti questa menzogna! Come Amleto, questo sprona la mia tardiva vendetta! E quella storiella in appendice, che narra del rovesciamento di fronte e del loro gol della vittoria? Chi sposa questa teoria – e quella dei miei compagni di squadra, dei fratelli che mi insultano fino a tarda notte – è un maligno. E non ha alibi, perché sa di esserlo. So che tra i posteri più ingenui qualcuno crederà alla bugia dell’infido tarantino. Ma ricordiamoci sempre, o foggiani, che Troia cadde così, per fiducia nel nemico. Quindi, come un solo uomo, rivendichiamo: abbiamo vinto 10-8. Francesco non ha fallito alcun gol a porta vuota. Era lì, a guardia della difesa e a tessere ricamini, perché stava presentando il suo libro. Che è bellissimo, tra l’altro.




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25 giugno 2013

Traumi

Ho paura dei topi. Dei ratti. Di tutta la loro immonda, viscosa, consistenza. Li vedo, vivi o morti che siano, e resto paralizzato. Fino a qualche anno fa – in ogni caso, meno di una decina – il buio totale, senza spiragli, mi impediva di dormire. E, se dormivo, mi faceva svegliare di soprassalto. A volte mi mancava il fiato. Fuori casa, nelle case con gli scuri al posto delle tapparelle, dovevo ricorrere alle starlights dei pescatori. Ho le vertigini. Un paio di strapiombi me li ricordo come esperienze extracorporee. Sono stato ossessivo. E pure un po’ compulsivo.
Come dice il dottore in polvere diluito nel prossimo, Dev’esserci un trauma alla base. Forse più d’uno, in effetti. Ribatto io. E penso, contagiato da retroattivo cipiglio. Scavo, famelico, nei meandri dei miei ricordi peggiori – le peggio cose – del vissuto. Ma non trovo – nella mia proficua attività di bambino scorrazzante nel microcosmo della quasi periferia – nulla di significativo. Si, quella volta a Sant’Anna mi hanno fatto giocare in porta. Ma Giuseppe è portiere, Luca pure. Esistono i portieri nel calcio, non è per forza lo stigma d’un malessere, di un isolamento, di un disagio. Ci sono portieri che hanno moglie e figli e vivono serenamente nei loro alveari di cemento, con tanto di attaccapanni all’ingresso e piante vere sul balcone. E dicono sempre “Buongiorno” alla moglie del portinaio. Devo rassegnarmi. Non è quello. È fuori. Allargare – touch screen – il quadro delle viuzze che circondano la mia casa di Happy days e Bim, bum, bam, fino a comprendere lo stivale e buona parte dell’Europa continentale. È fuori da me, nella storia maiuscola, il problema. Il nodo gordiano. Rifletto macilento e giungo a delimitare gli eventi. Li circondo di fuoco sfuso per separarli dal resto e tenere a bada gli animali feroci. E si, una parte del mio hardisk rilascia nell’organismo una sostanza gelatinosa assai simile ad un contesto dettagliato. Quattro eventi di cui ricordo tutto, persino gli odori. Sono giunto alla saggezza della doppia accoppiata di nodi. Sono giunto alle semifinali del trauma.

Il 10 giugno del 1981 non ho ancora compiuto 6 anni. Non mi sono ancora neppure affacciato nel cortile traboccante d’edera della Giovanni Pascoli, dove Balilla seguitava da anni a colpire gli austriaci. Vera accademia della sassaiola. Altro che storie. Il 10 giugno del 1981, a pranzo dai nonni – con quell’aceto da tavola col leone ruggente che scambiavo per la Vecchia Romagna – Alfredino Rampi è ancora uno sconosciuto. L’indomani, il suo nome – meno il suo cognome – sarà sulla bocca di tutti. In un Paese attonito che sembra sospeso su una nuvola nera d’angoscia. Un fermo immagine, l’Italia di quei giorni. Come se la gente si fosse paralizzata nell’atto stesso di dare corso alla routine. Dal balcone vedo l’Esattoria comunale. In fondo, la ferrovia e il massiccio celeste del Gargano, libero e sgombero dai palazzi che devono ancora essere innalzati. Sono troppo giovane anche per giocare all’Orto. C’è la diretta. A posteriori, tutto sembra filare. Pertini e i giornalisti, gli sciacalli e i curiosi, persino Genna e i giorni dell’ira con la P2 sullo sfondo. Immerso nei fatti che scorrono come un pezzo di stoffa nell’amido, però, non so nulla di quel che compie volute nel cielo di Vermicino. Non so neppure dove sia Vermicino. Ed è inutile chiedere. Mia mamma e le sorelle, le mie zie. Mia nonna. Le donne di casa, sono un lamento che vira all’ululato. Madri biologiche, madri collettive per vezzo animale. Incapaci di immaginare il dolore e la pena, partecipano a quel dramma che fuoriesce dal Grunding bombato, senza mai sedersi, come se l’azione stessa del riposare le gambe rappresentasse una verminosa sottomarca della diserzione. I loro guaiti da leonesse mi riempiono di una paura ancestrale. Io sto coi maschi di famiglia. Col maschio, l’esemplare alfa. Con nonno, che ha le mani sulle ginocchia come se sospettasse che, da un momento all’altro, si debba rispondere all’allarme aereo correndo nei rifugi. È pronto a scattare, ma l’intera postura flessa verso il televisore, e il silenzio prolungato interrotto solo da radi schiocchi di lingua, mi trasmettono la consapevolezza del terrore. Mio padre lavora in Autostrada, al casello. Torna all’una e va via alle due. Smonta alle cinque. Il suo fare capolino è l’unico appiglio d’una normalità che sembra fuoriuscita irrimediabilmente. Come vino da una damigiana scheggiata. Non ho riferimenti capaci di tranquillizzarmi. Forse vorrei chiedere a Leonardo di portarmi con lui all’ottavo tronco. Che qui si crepa d’ansia. Ricordo la notte. E vorrei tanto che Alfredino non fosse mai esistito. Del resto, non è uno di famiglia, non lo conosciamo. Il perché abbia deciso di frapporsi tra noi e la nostra quieta esistenza, è un dubbio che mi svuota. “Ma lo salvano?”, “Si che lo salvano, domani, adesso dormi”. La voce di mia madre non è tanto convinta. Lo capisco anch’io. Avevo sentito i lamenti di quel piccolo sconosciuto, avevo visto le donne di casa abbracciarsi e piangere. Ok, il gioco poteva anche finire, adesso. Cominciava a stancare. Tutta quell’angoscia, quell’attesa del nulla, quegli applausi speranzosi agli uomini minuti che si calavano, decisivi, nel pozzo artesiano. Mentre i minuti passavano. Poi il televisore bombato ci comunicò che non c’era più niente da fare. E la platea svanì. Non ricordo le donne. Ricordo che nonno Antonio non disse nulla. Batté un pugno sul tavolo, mi fece trasalire. Poi corse sul balcone. Cominciò, senza che ve ne fosse motivo, a riparare una sedia impagliata che, ad occhio neutrale, non aveva bisogno di alcuna riparazione. Ma una frenesia compulsiva aveva delegato alle sue mani da soldato l’impellenza di interrompere il pensiero cosciente. Il Gargano sullo sfondo. Lontano e inquietante. Venti minuti di Intervallo sulle unificate Rai. Fontane e cattedrali di borghi mai visti. Quella musica indolente. Il trauma primo.

Il 29 maggio del 1985 di anni ne ho nove. Il camera in mezzo, papà è sul divano amaranto. Fuma le sue Nazionali, scuotendo la cenere in quello storico posacenere dal fondo di sabbia. Mia mamma è in cucina, stira. È mercoledì. È sempre mercoledì quando in tv ci sono le Coppe. E stasera è finale. La finalissima di Coppa dei Campioni. C’è la Juventus, che come dicono quelli che cercano alibi in luogo dell’outing, “è pur sempre una squadra italiana”. All’epoca credo di pensarla così anch’io. Anche se mio padre proprio non li sopporta, i gobbi. Tanto i quarti, con lo Sparta Praga, che la semifinale di ritorno col Bordeaux, li abbiamo visti su da zio Franco. In uno strano miscuglio di nazionalismo ed esplicito gufaggio. Stasera c’è il Liverpool. Papà è arrivato da qualche minuto. Gli ho detto che c’erano stati dei problemi, lassù in Belgio. Pizzul stesso aveva parlato di qualche tafferuglio. Avevo visto la polizia a cavallo. Papà aveva risposto con un “Figurati!” approssimativo. Sembrava che tutto stesse per normalizzarsi. Mi sarei seduto accanto a lui, come sempre. Due settimane prima, in cameretta, avevamo visto il Real Madrid del mio idolo Butragueno sbarazzarsi del Videoton e conquistare la Coppa Uefa. Sarebbe stato così anche stasera. I tanti juventini che conosco, dentro e fuori la cerchia domestica, attendevano l’epilogo della cavalcata con ansia. Juventus e Liverpool avevano già giocato. A gennaio, col pallone rosso. O arancione. Un viaggio psichedelico. L’introduzione del colore nel candido, inviolato mondo dei nostri mercoledì. Aveva vinto la Juve. Era favorita anche stasera. Invece, l’Heysel. Bruxelles. La tragedia dell’attesa. Come per Vermicino. L’impotenza. Mio padre fuma, ininterrottamente. Fissa quelle immagini. Impreca a bassa voce, scuote la testa, non riesce a stare fermo ma non si alza. Io invece faccio la spola tra il salotto e la cucina. Tra i due poli genitoriali della mia tensione. Sento che sto per piangere. “Quando la smettono?”, chiedo a mia madre. Che mi sembra un po’ distratta. Non ha percepito subito la vastità del dramma. Un po’ come Pizzul, del resto. Un po’ come tutti. “Ci sono delle vittime”, dice Bruno. Ma ormai è ininfluente. Nel cranio si ripete in loop l’immagine della calca. La gente schiacciata. Io voglio che si giochi. Perché la normalità torni a regnare. Perché a volte è così: è come se il consueto, banale, ovvio scorrere della vita data per scontata conservi in sé la logica capacità di annullare ogni scossa. Persino la morte. Ma così non è. Chiaro che non è così. Ma a nove anni – e pure dopo, a pensarci – non si ha scelta. Devi sperarci. È appena successo, sta succedendo, ma bisogna superarlo. Nel nome di sé stessi. E della propria ostinazione. “Va tutto bene”. Trentanove morti, il giro di campo dei vincitori, le bandiere al vento. La scritta sotto casa, comparsa quella notte: Juve ruba ancora. La coppa che gronda sangue, immagine didascalica e raggelante. E i miei amichetti di classe, l’indomani, nel cortile dei giochi della gioventù. Sotto la statua della madonnina. A cerchio. In preghiera. Con la netta sensazione che no, loro non hanno capito. Non provano quel che provo. Il trauma secondo.

Il 7 ottobre del 1985 ho nove anni compiuti. Ma l’atmosfera è più rarefatta, più imprecisa nei contorni, meno perimetrata. L’Italia ha di nuovo la testa nel secchio del dramma collettivo. Della psicosi. Così, da un momento all’altro. A pensarci oggi, abbiamo vissuto anni di ferro. Di una durezza estrema. Il piombo dei Settanta alle spalle, certo. Ma le esistenze di ognuno vincolate al tubo catodico di un’emergenza continua. Talvolta indotta, ma pur sempre emergenza. Una sensazione di cappa che cola dall’alto della nazione fin dentro i vestiti della gente comune, che da sempre si soppesa estranea e si assolve innocente. Nella primavera del 1978, lungo la vecchia statale per Napoli, costellata di curve in altura, fummo fermati – mamma, papà e nonni – da una pattuglia di carabinieri. Andavamo a Bisaccia. Loro avevano i mitra spianati. Erano in quattro. Ci fecero scendere tutti, si misero a frugare nella macchina. Io speravo non arrestassero Leonardo, che intanto mostrava carte a quei soggetti in divisa. Lo dissi ad alta voce. Uno mi rispose che no, non l’avrebbero fatto. E sorrise al bambino che ero. Aldo Moro era ancora nella prigione del popolo. Ripartimmo, inconsapevoli di quanto fossimo fradici di quel liquido che, dell’assalto al cuore dello Stato, grondava sul paese dei Merli, dei Merola e dei Volonté. Sul privato. Nonno me l’ha appena accennato. A nonno piace parlarmi come se fossi un adulto. Pare che al largo delle coste egiziane sia stata dirottata l’Achille Lauro. Mi feci ripetere quel nome. Nonno disse: “Ma come, non te la ricordi la pubblicità?”. Una nave da crociera. “I palestinesi”. Cattivi, i palestinesi. Dicevo. Ma nonno non mi sembrava convintissimo. Si, certo, era una nave italiana. E i tg non parlavano d’altro. Ma questi arabi avevano le loro ragioni. Io pensavo a quanto fosse contraddittorio il mondo degli adulti. Normalmente, nei film del Lunedì cinema, quelli che ammazzavano per primi erano i cattivi. E pure dei filmacci che vedeva papà su Telenorba. E di solito, in questi ultimi, finivano crivellati di colpi in una discarica o nell’epicentro di uno sfasciacarrozze. A scuola, nella mia quinta adulta, il maestro Martino provò a spiegarci per sommi capi quel che stava succedendo. Noialtri, maschietti, ci inventavamo dettagli lugubri per far inorridire le femminucce. Come per mostrarci più navigati circa i mali del pianeta e ormai svezzati alla cattiveria umana. È il terrorismo, bambine! Io stesso tirai fuori dal cilindro una storia fatta di ultimatum progressivi. Di passeggeri in attesa d’essere giustiziati. Una cosa terrifica che fece molto scalpore. E fu ripetuta da altri finché non finii per crederci anch’io. E me ne impaurii. Una donna, dicevo per aumentare l’orrore, avrebbe eseguito la prossima sentenza. A rileggerla oggi, quella vicenda, con tutto quello stuolo di caccia in volo, di americani indignati, di marines circondati dai carabinieri di Craxi a Sigonella, pare di aver vissuto sulla crosta solida di un film d’azione. E il passare degli anni aumenta persino un rimpianto per una certa epoca d’oro del decisionismo fra blocchi in guerra. Un sentimento di perduta spy story. Di quei giorni vissuti al naturale, invece, il ricordo più vivido è quello del cittadino statunitense in carrozzella gettato in mare. Il trauma terzo.

Il 27 dicembre del 1985 (anno devastante, l’Ottantacinque!), nonno Antonio mi è venuto a prendere a scuola. Nonno mi vizia. Si finge inflessibile, ma sorride ad ogni mio capriccio. Non che ne faccia tanti, eh. Però capita. E allora, il più delle volte, è nonno stesso a colmare i miei vuoti. A creare l’aspettativa di qualcosa. A rendermi felice con ciò che non osavo chiedere. Quel giorno ha optato per il chioschetto di Via della Repubblica. Quello dell’amico di papà, dove la mattina compro i krapfen. Quello che, ogni volta che mi vede, mi intima di riferire a mio padre che è un cornuto. Un cornutone, per l’esattezza. Quello che poi, quando mi rivede, chiede conferma. “Gli hai detto che è un cornutone?”. Io rispondo che si. E non mi fa né caldo né freddo pensare che quest’uomo, di solito, mi stia chiedendo tutto ciò in presenza di mia mamma. Passeggiamo sul marciapiede della Camera del Lavoro. Una 127 verde con a bordo dei ragazzacci e la Steve Roger’s Band nel mangianastri, ci pedina per un po’. Uno di loro abbassa il finestrino e mi fa una boccaccia. Poi scoppiano a ridere e accelerano verso il semaforo, che è verde. Nonno neanche se ne accorge. Ma io ho una strana sensazione addosso. Inquietudine, si, dev’essere inquietudine. Che si materializza poco più avanti, prima ancora di giungere al chiosco, tra le grinfie dell’amico del babbo già – come Giovanna Bizzarri – pronto e sorridente a reiterare il suo quesito assertivo. Tra una cosa e l’altra, nonno mi dice che c’è stata una strage, stamattina. Strage. Una parola che, da bambino, mi ha sempre sconvolto. Per la sua stessa bruttezza lessicale. Per la sua grettezza fonetica. Così come “olocausto”. Palestinesi. Arabi. Ancora. Che hanno fatto stavolta? Nonno è calmo e tranquillo. È evidente che, aldilà della compartecipazione umana, quel clima da edizioni straordinarie del tg lo affascina. Come l’arrivo del banditore nella piazza del paese. Sarà così anche per me. E per un paio di cugini, almeno. Hanno aperto il fuoco, i palestinesi. In aeroporto. A Roma, Fiumicino. Sulla gente che attendeva il proprio turno per il check-in. Orribile. La casualità della raffica, il pensiero all’ordinario susseguirsi degli eventi – ricordarsi di chiudere il gas, di prendere lo spazzolino – interrotto dal più imprevisto degli imprevisti. Anche se capita a tutti, da millenni, ogni giorno. Eppure. Nessuno prende sul serio l’ipotesi della morte. Ne parla con naturalezza, nonno. E il ricordo si fa confuso. Pare ci sia di mezzo anche la Germania. Qualcosa di coordinato, di sincronizzato. A casa il tg1 trasmette immagini. Il sangue, una chiazza di sangue a terra. Il trauma quarto.

E poi, si, magari il quinto, il sesto. L’Irpinia, prima ancora di Alfredino. Del suo diminutivo. Il rientro dalla Fiera di Santa Caterina, gli inglesi e i tedeschi appena tirati fuori dalla busta, schierati all’ombra delle bandiere sull’incerata del tavolo in cucina che, sorprendentemente, prende a muoversi. E tutti sotto la trave portante del palazzo. Stretti. E il Rapido 904. E un massacro di fedeli in una chiesa, credo in Pakistan.

E quella volta che mia sorella si ficcò un bottone nel naso. Quello si, è stato traumatizzante.





permalink | inviato da illaerte il 25/6/2013 alle 13:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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