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19 aprile 2012
Né vita né perdono
A proposito di “Diaz” di Daniele Vicari
Quattro ragazzi francesi riemergono alla luce del giorno. Hanno passato la notte chiusi in un bar, per sfuggire alla vendetta degli uomini in divisa. Si avventurano per le strade deserte. Giungono alla Diaz, ne oltrepassano i cancelli. Non sanno niente. Non immaginano. Ma non ci mettono molto a capire. La palestra che gli si spalanca dinanzi è la mappa perfetta della carneficina. Il sangue è ovunque. Sui termosifoni, sugli zaini, negli angoli. I due ragazzi più giovani piangono. I due più grandi, più esperti, di cui è chiaro il ruolo negli scontri, rimangono sgomenti. Poi lei, l’unica donna del gruppo, con un pennarello scrive: Don't clean up this blood. Non cancellate questo sangue. E ti viene un groppo in gola che è tutto. Ma non fai a tempo a rielaborare. Neppure a far fluire il disgusto el’appartenenza, che lui, il nero del Blocco Nero, fugge. Lontano da quello scenario d’orrore. “Stavano cercando noi”, dice. E depone le armi. Un senso di colpa improvviso quanto inarrestabile. “Abbiamo sbagliato tutto”, in sostanza. E si arrende. In meno di un minuto, la scena più grandiosa e la quella più infima di Diaz, il film di Daniele Vicari.Come dire: splendore e miseria di una pellicola. Ma davvero siamo ancora a questo?, ti chiedi. A domandarci se davvero quei cani siano entrati nella scuola alla ricerca di qualcuno in particolare, di qualcosa nello specifico?
Allora, giunti a questo punto – undici anni dopo quei giorni di rabbia e di furore – diventa irrimandabile affermare che le storie, le micro-storie – quell’intreccio di sogni intimi, motivazioni private, emozioni e casualità personali – non ci interessano più. Perché sui libri di storia c’è scritto che la battaglia di Gerusalemme è stata combattuta il 14 luglio del 1099 tra l’esercito crociato e le milizie egiziane. E a nessuno preme sapere degli ardori, dei bisogni, dei frammenti di vita dei singoli crociati genovesi o delle sfortune, delle pieghe del destino, che hanno portato il tal soldato a sferrare o a subire i tali colpi. L’assedio e la battaglia di Gerusalemme sono storia. Punto. E l’analisi che ne consegue è politica. Se vogliamo sopravvivere al continuo, paraculistico richiamo all’emotività che nulla spiega e di tutto fa libero arbitrio ed interpretazione, dobbiamo considerare Genova alla stregua di Gerusalemme. Di Bouvines o di Calatafimi. Storicizzata freddamente, lucidamente, impietosamente, sino a renderla impersonale. Immateriale. Inequivoca.Come lo sono tutte le battaglie che restano. Un nome, un richiamo. Immediato, lampante. No, quel sangue non l’abbiamo cancellato. Tutt’altro. Quel sangue è nostro. E tale resterà. Ma scegliere di frammentare l’ingranaggio collettivo della memoria e della rivendicazione in una miriade di facce, provare cinematograficamente a seguirne bandolo e matassa, finisce per fare un torto alla politica. All’analisi di quei giorni. Undici anni dopo. Non un giorno o due.
In Bloody Sunday di Paul Greengrass i paracadutisti inglesi sono una massa informe, senza soggettività, speculare e contraria alla massa fungibile dei manifestanti irlandesi. E quando il primo colpo piomba sulla folla, il segnale d’attacco non è imputabile ad un soldato, alle sue sensazioni del momento, alle sue paure. Uno preme il grilletto, ma è l’Inghilterra intera a sparare. E tra quella singola faccia, che nessuno neppure ricorda, e il Principe di Galles ci passa lo scarto di zero. Meno di zero. Sono un tutt’uno. Perché è inutile, è dannoso, è paraculistico, seguitare con la tiritera menzognera del gioco soggettivo. Dell’effetto Sliding doors per cui ognuno di noi, in base ai casi della vita, poteva trovarsi da una parte o dall’altra. Indifferentemente. Nient’affatto. Non ci è bastato dover discutere nei bar, sui posti di lavoro, negli spogliatoi del calcetto, di Carlo e di Placanica, del “Tu che avresti fatto al posto del carabiniere”? Intendiamo ancora proseguire sulla scia di quella retorica? Tanto da non comprendere se la scuola cinematografica anglosassone sia capace di tali operazioni a cuore aperto perché gli inglesi stanno provando a saldare i conti col passato o viceversa. Fatto sta che noialtri, a giudicare dal prodotto finito, siamo ancora lontani da quei livelli.
Anni luce lontani. Per indole melodrammatica. Per pavidità. Per opportunismo. Per spirito cortigiano. E date le premesse, sembra appena appena assurdo dover rispolverare gli argomenti di allora per un dopo-cinema di oggi. Come se fossimo nella calda estate del 2001. Ma tant’è. Il lenzuolo ha parlato.Violenza, un mare di violenza. Sangue, tanto sangue. E la monta strisciante della tensione sui muscoli cervicali che si fa indignazione, poi rabbia autentica. Ma, permettetemi di dire, quel sangue è elemento neutro. Forse il più paraculo fra tutti gli elementi. Perché dinanzi ad un celerino di cento chili che carica a fondo il suo tonfa e lo schianta sulla faccia minuta di una ragazzina indifesa ed immobile, fino a farne schizzare il sangue e i frammenti di ossa nelle casse del dolby surround, c’è da essere davvero degli amanti dello Snuff per non provare ribrezzo. Dinanzi alle umiliazioni, dinanzi all’infamia, dinanzi a denti, tagli, cicatrici, non si può parteggiare per quell’immonda immondizia in divisa da assassino. A meno di non essere degli psicopatici della medesima risma. Ma la lunga gestazione del nostro lutto collettivo meritava qualcosa di più di una (finalmente) ben documentata sequela di orrori. Delle prove di un massacro che fa fremere di sgomento un arco istituzionale talmente vasto da rimanerne stupiti. Da rimanerne neutri.
Meritava, tanto per dirne una, dei nomi e dei cognomi. Dei responsabili presentati col sottopancia. Magari anche di un counter a cadenzare i momenti. Ne avrebbe risentito la licenza poetica dello sceneggiatore, certo. Saremmo finiti tra le braccia di un filmone didascalico e la cosa avrebbe fatto arricciare il naso ai cinefili. Ma avrebbe tolto al pubblico la perversa parvenza di trovarsi dinanzi ad una supposizione artistica. Perché Genova non è una di quelle storie che concludi con Tutti i riferimenti a fatti e persone sono puramente casuali. A Genova nulla èstato casuale. E il pubblico non deve ipotizzare, da quel che ha letto o visto altrove, che quel pezzo di merda è De Gennaro e quell’altro stronzo è Manganelli o Canterini. No. Il pubblico deve saperlo per certo. Non ci possiamo lamentare delle assoluzioni in tribunale se neppure nella finzione siamo in grado di condannare. Condannare, si. Come i peggiori forcaioli sulla piazza.Occhio per occhio, dente per dente. Altro che storie. Altro che affondi di sciabola sul moribondo Berlusconi. Una volta per tutte: l’operazione di polizia di Genova è stata architettata, pensata, studiata, affinata, negli incontri strategici tra i più alti papaveri dello Stato democratico. Ed è andata esattamente come doveva andare. Terrorismo dall’alto. Stroncare un movimento liberando le proprie truppe d’occupazione interne. Dissuaderlo, con la pena di morte, dal tentare di nuovo di colorare le strade di protesta. Genova non è stata la manovra emotivamente instabile di quattro disadattati in una stanza dei bottoni. Non il frutto della scelta avventata di un singolo scosso da un abbandono sentimentale o da una tirata di coca. O, ancora, la semplice sommatoria di migliaia di vite. Genova è come la Gerusalemme crociata: un campo di battaglia dove ognuno ha fatto la sua parte e una parte ha vinto. Mentre l’altra per dieci anni almeno ha sentito addosso gli spasimi della tortura. Anche se non era fisicamente alla Diaz. O a Bolzaneto.
Ma dal film tutto ciò non si evince. E attorno al grumo di sangue secco, o alla ferita ancora aperta e pulsante, il contesto riproposto oggi è il cliché di allora. Come se la nostra reale condanna fosse vivere in una galleria del vento perpetua ed essere costretti – incubo tra gli incubi – a dover ripetere Genova per altri venti, cinquanta, cento anni. Senza spostare una sola pedina, senza modificare una sola opinione. Le lunghe gonne variopinte delle danzatrici gitane attorno ad un rogo sul mare, a richiamare l’amore, il sesso e la libertà, a sospirare su quel che poteva essere e non è stato; i dread, le canotte, i torsi nudi, gli spinelli e i sacchi a pelo a testimoniare la bellezza della diversità, della varietà, dell’unità tra opposti, della curiosità e della meraviglia della conoscenza; l’idioma francese e tedesco dei casseurs, degli “anarchici”, di quelli che gli scontri li fanno per davvero, a sottolineare che il Blocco Nero esiste, ma non è cosa di qua, non è cosa nostra, che sono dei professionisti del casino e chissà chi ce li ha mandati; il vecchio sindacalista, il buon giornalista idealista, il mediattivista, a fungere da figure idealtipiche, fughe in avanti nell’affanno della narrazione. E il cliché più cliché di tutti: il poliziotto buono. Quello che il cuore non l’ha sepolto sotto la divisa. Quello che, dopo aver addestrato una muta di cani, d’incanto, dinanzi al nemico, sente che la coscienza gli rimorde. E di messicano qui, più che la macelleria, c’è tutta la trama di una brutta telenovela. Il poliziotto buono – che qui poi sarebbe Fournier, capace di chiedere “scusa” per la tentata strage con la stessa disinvoltura con cui si chiede alla signora dirimpetto se ha un pizzico di sale; quando non lo stesso Canterini, che vorrebbe evitare che i suoi cocainomani si lancino sulla preda dopo averne sentito l’odore –, il poliziotto buono, si diceva, è la chiave di volta della nostra cinematografia.Di più. Con la sua capacità di intercettare le speranzose e mai dome illusioni delle anime belle, anche dinanzi allo scempio più pianificato; con il suo sapersi presentare come una specie di figlio del Nilo predestinato, affidato alle acque durante un’epidemia e fondatore di chissà quali nuove città d’ordine e armonia; il suo saper allontanare la lacerazione dell’autocritica dallo spettatore desideroso di dicotomie rassicuranti; con i suoi bisogni materiali, i figli a casa, i bacetti alla fidanzata nel bel mezzo di uno scempio. Egli stesso, è, la chiave di volta della nostra dubbia moralità. Noi non siamo inglesi. Non riusciremmo ad ingoiare la fedeltà al corpo dell’ultimo parà, che dinanzi al tribunale militare nega d’aver notato irregolarità a Derry e insabbia i morti senza lasciare scampo ai benpensanti. Noi abbiamo bisogno di Perlasc(hi), di Salv(i) D’Acquisto, di eroi positivi che dimostrino la nostra natura di “brava gente” anche nel buio denso delle epoche più tenebrose. E ci sottraggano alle responsabilità della critica d’opposizione. Dell’uomo che, da solo, salva la specie. Del germe che assicuri lunga vita ai buoni sentimenti. Che ci permetta di tornare a casa e dire che, alla fine, era solo un film.
Ma Genova no. Non è stato un film.
| inviato da illaerte il 19/4/2012 alle 13:17 | |
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2 aprile 2012
Una storia d'amore e incoerenza
Ci sono storie incoerenti. Tutte le storie d’amore, a pensarci, lo sono. Perché spazzano via il già detto, il definito, il concluso ed ogni altra costruzione metafisica con la quale giustifichiamo lo scorrere casuale della nostra vita e lo riempiamo di senso. Perché stravolgono l’orizzonte dei valori e ratificano leggi nuove, col piglio dittatoriale d’un quadrunviro. Anche gli amori passati fanno così, quando annusano l’onda di ritorno e s’abbattono sul bagnasciuga. E l’amore d’un tempo, in questo caso, è una casacca a righe rosse e nere. Una città vista con gli occhi dell’adolescenza. In estasi, nell’epicentro esatto di un sogno collettivo. Fatto di imprese allo “Zaccheria”, ma anche di lunghe passeggiate in branco tra quello che vendeva gli scagliozzi all’angolo di via dei Cappuccini e la pizzeria di via Manzoni, dove una sera si e una no potevi incontrare Padalino. E con lui, qualche suo compagno di squadra. Di quella squadra a conduzione domestica che stava scalando la cadetteria. Non ricordo luminarie, lampioni. E neppure tante partite in notturna. A parte la Roma, in Coppa Italia. Ma i nomi di battesimo e i cognomi di tutti i giocatori. E le facce di quasi tutti. Quando il mercato del venerdì arrivava a lambire le porte della tribuna vecchia, nell’epoca che ha preceduto la riconversione di tutti gli impianti sportivi a stadi di massima sicurezza. E Barone, Porro, Napoli, finivano l’allenamento mattutino e tornavano a casa a piedi. Tagliando tra le bancarelle, parlando con la gente, a volte acquistando pure qualcosa. Calciatori. Che stavano spezzando la schiena alla seconda serie del campionato italiano. Quando il campionato italiano imponeva un tributo di sangue sull’Europa intera. Che al confronto, quei viziati del cazzo che oggi arrancano in Lega Pro e s’atteggiano a divi da movida sembrano degni solo di svuotargli gli orinali. Foggia li adorava di un culto pagano, invadente e morboso. Un culto ancora limpido, lontano anni luce dall’idea delle televisioni a pagamento. E loro rispondevano da uomini. Anni prima del Solo per la Maglia, ognuno di loro aveva un coro in Sud. Ognuno di loro si voltava a salutarci, prima di tuffarsi in una battaglia che sapeva di sudore e dopobarba, di fango e gesso. A Foggia cadevano le corazzate. Eravamo puri. Non sapevamo neppure che esistesse la Tritium. Per vincere 6 volte allo “Zaccheria” dovevi vendere l’anima a Lucifero. O percorrere a ritroso, a piedi, la via Francigena. A seconda delle preferenze religiose. La domenica alle due e mezza, o alle tre, o alle quattro, in ventimila sbuffavano sul campo, come un toro mitologico. In simbiosi. In ventimila si scheggiavano le corde vocali e sputavano fuoco e vetro sul rettangolo verde. E quelli, quegli undici laggiù, non erano dei semplici numeri a casaccio. Non c’erano i 44, i 66, gli 88, a gratificare l’ego di chi vive dando due calci al pallone. Perché il singolo non contava. Contava il gruppo, avanguardia autorizzata d’una città innamorata allo sfinimento. Eppure, quei numeretti bianchi dall’1 all’11,dal 12 al 16, li conoscevamo tutti. Consagra abitava dietro casa, all’angolo di Porta Manfredonia. Certe sere gli lasciavamo scritte d’incoraggiamento sul muro di fronte. Oggi non saprei distinguere Lanzoni da Cardin. E neppure mi interessa farlo. L’anno prossimo saranno al Fiorenzuola, all’Albinoleffe o a fanculo. E neppure ci ricorderemo d’averli avuti “tra noi”. Succedeva anche prima, è ovvio. Ma il segno lasciato era di carne e passione. Non di carta straccia. Quando non di carta riciclata alla Snai. Ricordo alla perfezione il rumore dei tacchetti sulla tibia del generoso Limone, a Brindisi, il giorno in cui finì lasua carriera. Ricordo Orati, alto che sembrava uno zio di paese, quando correva verso la panchina ad esultare. A braccia aperte e basse. Ricordo quanto piansi quando Fabio Fratena abbandonò il campo in barella, a Caserta. Ricordo Ciucci-Abate-DeMarco. Ricordo la vigilia dell’esordio a Como, per una B attesa 6 lunghi anni. E il gol di Baiano a Salerno, che li sprofondò in C1. E non ricordo quanto abbiamo fatto col Monza in casa, quest’anno. Qualche domenica fa. Ma sia chiaro, non sto parlando da vecchio del tempo della perfezione. Mio padre mi diceva anche ai tempi che prima era tutto diverso, tutto più bello. Però quella squadra, quella città, quella mia età, mi fanno una nostalgia che fa quasi rabbia. E stamattina ho pensato a tutto questo, mentre una bara piena di sciarpe mi sfilava dinanzi. Ma non per semplice accostamento di idee. No. Perché quella squadra, quella città, quella mia età che mi fanno rabbia e nostalgia, avevano un portiere. Il suo nome era Franco Mancini. E quando, alle mie spalle, è partito il coro, lo stesso che lo invocava prima d’ogni battaglia, lo stesso che lo faceva voltare per salutarci, non ho pensato alla coerenza, alle costruzioni metafisiche che danno senso alla vita ammortizzandola, al Solo per la Maglia. Ho pensato all’amore che stravolge le abitudini. Ho pensato che era giusto così. E ho cantato per lui. Per l’estremo difensore di un’epoca.
| inviato da illaerte il 2/4/2012 alle 16:10 | |
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26 marzo 2012
Il ritorno e il drappo
Credevo di non sbagliarmi, ieri, quando dicevo che l’ultima fu con la Triestina. Cinque a uno per noi. E alla fine la festa. La promozione in A. 19maggio 1991. La fine del conto alla rovescia. Una promozione annunciata, prevista, tanto che in gradinata c’erano degli spazi vuoti agli angoli estremi.Vuoti che, comunque, lo ricordo, all’epoca mi fecero inorridire. In nulla, quella scalata, fu paragonabile allo scoppio d’adrenalina che due anni primaaveva salutato, per le vie della città, l’impresa di Trapani. Sul foto-finish della C1. Ma quella con la Triestina, col bandierone che salutava gli spalti per il giro d’onore, con migliaia dibandiere a sventolare tutto intorno, mi sento di rettificare, non fu l’ultima volta in curva Nord. L’ultima fu la stagione successiva, in massima serie. Sempre1991. Il giorno dell’Immacolata. Uno zero a zero con la Sampdoria di cui ricordo, a stento, un rigore di Vialli finito sulla traversa e poi sulla linea.Ovvio che tornasse alla mente con più nitidezza il 5-1 ai giuliani. Con la festa attorno che, trasposta, diventava il mio party d’addio alla curva che mi aveva accolto da bambino. E mi aveva trasformato in un ragazzo, pronto a saltare il fosso della maturità in Sud. Dove c’era il Regime. Gli ultras, quelli cheguardavo sventolare, ritmare battimani, appendere striscioni, accendere torce e fumogeni, battere su file di tamburi rossoneri da parte a parte. O quasi. Il passaggio doveva avere, nella mia ricostruzione fantasiosa, i tratti epici diun fuoco d’artificio. Ma il ricordo del gol di quel tale Signori all’Ascoli esoprattutto il derby con il Bari da una prospettiva inequivocabile, mi hanno spinto a riordinare i termini. E, dopo i calendari su Wikipedia, mi vedo costretto ad accontentarmi della realtà. Dell’anonimato di un Foggia-Samp finito a reti inviolate. Perché può essere anonima anche una partita di A, con 20mila e passa spettatori a picco sul campo.
Ieri ci sono tornato. Con un po’ di ritardo sul previsto. Ma la signora del sesto piano aveva preparato la parmigiana e in tanti attendevano sull’uscio dello stabile. Il drappo nero al vento. No alla Tessera. Figuriamoci. La prima volta che misi piede nella curva che da su viale Ofanto gli steward si chiamavano staccabiglietti, i biglietti erano tagliandi anonimi e si potevano fare anche dopo aver finito le tagliatelle, la braciola, le paste del Catalano, il caffè e l’ammazzacaffè, i bambini entravano a frotte scomposte, i genitori si portavano le radioline da casa per controllare il Totocalcio, il settore ospiti era un posto a caso riconoscibile da una linea di celerini agghindati sul modello Scelba. Ma poi, gli ospiti non c’erano quasi mai. Oggi ci sono i carabinieri. Annoiati e inflessibili, perché la Lega calcio ha sostanzialmente sentenziato che Foggia non è una città egiziana. Si deve utilizzare quel coso lì, il tornello. E il tornello non è un uomo che ragiona, come avrebbe detto Totò a Peppino. La Lega non deve sapere da dove entriamo oggidì, che sennò. Allora si smaltisce la fila. Duecento persone. Come creare un ingorgo sulla superstrada che taglia Pyongyang con sette Miniminor. Manco in Inghilterra, per prendere l’autobus. Fatto sta che, superata la Vergine di Norimberga, mi attardo. A guardare quel cemento armato che mi ricorda, come le rovine di Arpi, chi sono e da dove vengo. Ma i chekpoint sono frequenti. In densità, saranno poco meno che in Cisgiordania. Le vetrate poi. Vado in bagno. Mi emoziono finanche a vedere quei cessi. Quanto tempo è passato, porco Giuda! Com’è che siamo giunti a questo? Dove eravamo mentre succedeva? Salgo per ultimo. E la forza dei tempi andati mi porta a ricercare il posto dell’infanzia. Ma c’è un vetro alto e insuperabile tra me e i miei ricordi. Una metafora del calcio moderno. Questo sport che si gioca nel deserto tecnologico. Il Foggia, dicono, vince 1-0. Bene. Anzi, fa niente. I miei amici sono lì, a mezze maniche e col sole in faccia. Un bambino accanto a me. Un nonno con la giacca. Li guardo entrambi. Cantiamo per tutto il tempo, come sempre. Senza colori, senza tamburi, senza megafoni. Il drappo contro la tessera s’agita al vento, al settimo piano di un palazzo dove gli sbirri non possono entrare. A dimostrare che la repressione delle passioni è una forma d’ottusità mentale. La stessa che ha trasformato questo stadio nello spettro di se stesso. E noialtri in Mohicani. Eppure. La nostra fede infinita, tu sei e sarai sempre la mia vita.
| inviato da illaerte il 26/3/2012 alle 17:26 | |
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21 marzo 2012
Il nostro glorioso Medioevo
Di provenienza bizantina. Nicopeia. Colei che mostra la vittoria. Madonna col bambino in braccio. Frontale. Dice chi l’ha vista. L’alto clero. Il papa, tipo. L’arcivescovo, forse. I restauratori del 1980, senza dubbio. Ma i foggiani no. I foggiani non l’hanno mai vista. Per i foggiani è semplicemente la Madonna dei Sette veli. La tavola ritrovata nella palude. La storia esemplare dei pastori e dei loro buoi sorpresi, attirati da tre fiammelle che ardono sul pelo dell’acqua. L’arma è aqua et fuoco. Il racconto che il bambino che ero ha imparato a conoscere prima delle tabelline. Come tutti gli altri, del resto. La Taverna del Gufo che s’apre per ospitare l’icona della vergine, emersa intatta dal pantano, premurosamente avvolta in sette veli di stoffa. Da incolti bifolchi. Una sessantina d’anni dopo il Mille. La nera fuliggine dell’immaginazione circonda le ricostruzioni. E sospinge alla sintesi estrema: laddove trovò riparo, s’edificò una cattedrale. E attorno alla cattedrale, una città. Questa città. La nostra. Gli storici affermano che le due entità, la città e la cattedrale mariana, hanno vissuto vite parallele. In nulla dissimili. Un’unica civiltà, eretta sul mistero. Di un popolo non ha mai visto in volto la propria protettrice. Poetico. Più che poetico. Vitale. Un simbolo che rompe il vetro scuro del simbolico. La devozione per una donna velata. La cura delle grandi, scavate mani contadine, per un femminile inviolabile. E inviolato. Facile venerare, finanche amare, ciò che si vede, si palesa, si conosce. Ben diverso è dedicarsi all’ignoto. Col cuore pulito e rilavato d’una stirpe arcigna, ostinata, scura in volto. Capace di rialzarsi dinanzi alle catastrofi. Incomprensibile ad occhio estraneo. Esattamente come il suo culto.
Io sono ateo. Sono di quelli che credono che il guaio si stato asfaltare i prati e non i preti, per intenderci. Ma la storia di questa città – come la storia di tutte – è nei suoi simboli. Nelle sue torri immaginifiche che hanno impastato di calce quelle reali. Senza di essi, siamo monadi nude. Senza quelle date su cui la storia si arrampica, si incardina, scivola. Il 20 marzo del 1731. In piena notte, si narra. Un terremoto. Devastante, come si dice sempre. Del 6° Richter, del 9° Mercalli, se fosse esistita la Specola Nigri. Duemila morti. Una cifra di queste. Spaventosa. La chiesa madre subisce, si spacca, dondola. Ma non cede. Il popolo però decide, come nuova premura, di trasferire l’Icona. E nel tragitto di guardarla con deferenza nell’occhio buio, l’unico rivolto al mondo visibile. Per chiederle, come durante una pestilenza, una guerra, una carestia, d’essere risparmiato. Anche questa volta, ancora una volta. È religione, non c’è dubbio. È superstizione. Ma è la storia della nostra civiltà immateriale. La stessa foga con la quale, tre secoli dopo, la gente di San Lorenzo si sarebbe affollata attorno all'uomo in bianco. Come se lo ritenesse davvero capace di allontanare la sciagura delle fortezze volanti. La stessa innocente credulità –bistrattata dai filosofi che non reggono un mal di denti – che porta a confidare nei santi e negli assessori. L’Icona, in quel marzo del 1731, trova riparo e protezione nella chiesa di San Giovanni Battista. Da bambino, in piedi nella culla sotto la finestra, mi incantavo a guardarne il campanile. La grossa campana immobile, più delle api di plastica che mi ruotavano sulla testa. Da bambino non credevo neppure che quella fosse una madonna. Perché della madonna non aveva la forma. Le altre madonne, quelle che non erano di Foggia, avevano un viso, un colorito, dei capelli più o meno occultati, degli occhi tristi, il bambinello in braccio. La madonna che i miei chiamavano così, invece, era un rettangolo alto di barocche vene d’argento. Un’armatura. “Ma la madonna dov’è?”, “È dentro”. E non capivo perché sottoporle quest’inutile claustrofobica crudeltà. “Devi guardarla da quel foro lì sopra”, “Ma non si vede niente”, “E certo!”. Come se fosse stata la risposta più ovvia da dare ad un bambino.
Ieri sera siamo andati a fare la spesa. La solita. Birra e alcolici. Ma l’appuntamento al solito posto s’è intersecato con l’apice del caos. Ad annunciare che la santa patrona della città stava sfilando dall’arco centrale di Porta Arpana, più che la folla dei fedeli adoranti, c’era il traffico impazzito. Mi sono fermato sotto la Croce in pietra, nel bel mezzo del Piano delle Fosse. Un umile atto votivo risalente al 1530. A Carlo V e alla sua vittoriosa campagna d’Italia. Una cosa da nulla. Mi sono appoggiato ad un lampione, laddove un po’ di anni fa c’era il benzinaio. A guardare le autorità ecclesiastiche disposte sul sagrato, pronte ad accogliere il rito che si ripete. Marzo dopo marzo. A guardare i vigili urbani, impegnati in una battaglia persa contro l’agglomerato di auto, stoppate nel bel mezzo della fretta meneghina da una processione di beghine e bizzoche. A guardare gli automobilisti, impegnati in ardite manovre di comprensione del blocco prima, e in audaci tentativi di inversione a U subito dopo. A guardare quella madonna senza forma anticipare, con austero contegno, un raduno privato di cento persone al massimo. Che stonavano lodi nell’epicentro della frettolosa indifferenza. Non sono cristiano, ripeto. Men che meno cattolico. Ma il pensiero è corso a quella simbiosi civica di cui parlano gli storici. Alla nostra cultura contadina. Alla grandezza sfrontata di una città capace di venerare il nulla e di ingoiarlo con la medesima innocenza. E mentreil piccolo corteo s’è rintanato, riaprendo i fori d’espulsione del traffico sulle due direzioni di via della Repubblica, privatizzando ancor di più il culto; e ancora stamattina, dinanzi a quel quadro misterioso, contemplato da non più di sette persone (la metà di quante affollavano il negozio cinese di fronte), non m’è passata per la testa la festa di Sant’Agata a Catania o quella di Santa Rosalia a Palermo. Ma la cruda certezza che una città senza simboli è una monade essa stessa. E, in quanto tale, destinata a trascinarsi l’anima.
| inviato da illaerte il 21/3/2012 alle 16:16 | |
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18 marzo 2012
The dark side of the sun
Domenica18 marzo, Avellino-Foggia 4-0
Non ci siamo. Anzi, siamo così lontani dall’esserci che quasi quasi non riusciamoneppure più a immaginarlo. Parlare adesso di una trasferta ad Avellino ha più omeno lo stesso sapore che sentirsi raccontare la battaglia di Calatafimi. DaBenigni o da un altro. Ci siamo abituati, dicono in tanti. Tanti, assuefatticome noi a queste domeniche così. Vuote e spoglie. Poi oggi c’è pure il sole. Eil sole, nel suo lato nascosto e malinconico, parla. Ti dice nell’orecchio chenon puoi restare chiuso in una stanza a vedere uno stadio vuoto e undicisvogliati idioti vestire indegnamente la maglia che porti cucita sul petto. Èun insulto alla vita. The dark side of the sun. Il sole ha lo strano, ironicoeffetto di farti capire che la vita è altrove. Sa di scampagnate, di Paludi aMargherita coi fenicotteri in volo, di Castel del Monte, di bar sul mare. Manon è manco quello, il punto. È che, nonostante l’epica inganni i sensi, èpassato troppo poco tempo in realtà da quei furgoni che scivolavano sulleautostrade, sulle statali, sulle provinciali, verso i risultati che contanoallo scadere della stagione, le prove di cuore e di voce, le piazze coi bardelle sbronze. Un vecchio. Sono un vecchio che ripete sempre le stesse cose, loso. Ma il guaio è che perdere 4-0 ad Avellino col sole fuori dalla stanza, nonè la stessa cosa. Anzi, sembra quasi niente. Non fa quasi effetto. E nondovrebbe essere così. Avellino è qui, dietro l’angolo. È una rivale. Magari nonproprio di quelle non ci dormi la notte pensandoci, ma comunque una rivale. Unostadio nobile, un terreno nemico. Non puoi prenderne quattro e parlare delsole. Con questa leggerezza. E, seduto alla sedia o sdraiato su un divano,pensare – guardando i tuoi che non riescono a stoppare un pallone – che sarebbebello mettersi in macchina e andare fino allo svincolo per accoglierlidegnamente, questi eroi che stanno grattando l’ultima patina di gloria da unavolontà ormai assopita. Ma poi ci pensi, e fai spallucce. Constatare cheeffettivamente non ti frega, ti duole. Che cambia? Che cambierebbe? Ti viene dadire: “In altri tempi sarebbe stato un eccidio”. Poi rifletti sull’incipit e tisenti un vecchio. Un fastidioso vecchio monotematico. Oggi due ceffoni diramanzina ad un calciatore che se ne infischia della tua passione e magari siscommette pure il risultato, finiscono sulla stampa. E fanno il rumore delloscandalo più dei nostri Rambo che aprono il fuoco sui pescatori nel mardell’India. Il sole ti invoglia a cedere. O evidenzia che hai già ceduto. Ostai per farlo. Come la digos. Che, eseguendo i dettami di una legislazioned’emergenza in assenza d’emergenza, seguita alacremente a stringere il filospinato attorno a quella che – si, un tempo – era la liberazione domenicale delpopolo. Niente bandiere, niente striscioni, niente fumo, niente colore.Quindici euro a cranio per guardare esclusivamente la partita. Quei bidoni dicherosene in mezzo al campo, che a trent’anni suonati arrotondano. Nientetifosi ospiti, niente trasferte primaverili. Niente di niente. Una sedia, o undivano magari, a vedere il Partenio vuoto. E il sole fuori. E a sentirti vecchio.Non si molla, non si cede, pensi. Anche se non sai più perché. Nel nome diquale strategia. Ti guardi attorno e vedi la gente. E pensi: come fanno a nonaccorgersi, tutti quanti, che questi hanno rovinato, distrutto, una delle gioiedella vita? Così, per il bene di quattro mercanti di televisioni e quattropezzenti a capo di altrettanti istituti bancari. Ricordo il mare sulla destra,l’apprensione e l’adrenalina al pensiero di poter/voler incrociare i pescaresi.O la felicità infantile di sapere che mancano 3 chilometri a Terni. L’ilareindescrivibile emozione di un coro nell’abitacolo, mentre attorno scorre lacampagna emiliana. O i cellulari che trillano, mentre ci inquadriamo perentrare a Verona. Senza scorta. Lì il sole aveva un senso. Oggi è il testimonialmuto di un giorno buttato. Un giorno come un altro.
| inviato da illaerte il 18/3/2012 alle 19:3 | |
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28 febbraio 2012
L’accademia del vicolo
Uno strato di polvere. Come una patina di fumo. Sulle mani, gli avambracci, lafronte, il collo. L’acqua fredda dal rubinetto del bagno. Sfilarsi la felpa, lat-shirt. Alzare la canottiera su, fino alla testa. Schiena allo specchio esguardo all’indietro, oltre le spalle. Due ferite. Superficiali, dolorose,bellissime. A scrivermi sulla pelle che c’è una strada diversa dal piagnisteo. No, non sono io il vigliacco. E lo sai. Anche se so che ti piace dirlo,camerata, perché la propaganda in guerra è un obice valido quanto qualsiasialtro. Se non di più. Non sono io l’infame. Anche se ti capisco, quando urliinsulti a caso, mutuandoli pari pari dalla storia del gangster che non sei. Alquale proprio non assomigli. L’arditismo, l’onore, “Provate a prenderci”. E di solito capita che se ti capita a tiro uno – uno di quei fricchettoni fuoridal tempo e dal mondo, uno di quei cenciosi barboni dalla canna d’ordinanza, unmusicista sedicenne pieno di sogni e ideali – fai valere la legge dellagiungla. E te ne vanti con gli amici, spacciandola per legge della strada. Uncodice univoco, di cui ti sei sentito depositario per troppi inspiegabili anni.Una cifra stilistica che non ammette repliche. Arditismo, onore, “Provate a prenderci”. E così siamo venuti a cercarti. A cercarvi. Perché non siamo gente dacomunicati altisonanti, allarmati e allarmanti; perché dedicarvi una richiestaper occupazione di suolo pubblico, una fetta del centro pedonale da popolare dibandiere e cori altisonanti, allarmati e allarmanti – lo abbiamo capito coltempo – è tempo dedicato alla vostra causa. Alla causa della vostra visibilità.Perché fuori dai miti auto-rappresentativi c’è molto da imparare. E pure farviun paio di scritte sul muro, nottetempo, avrebbe alimentato un sentimentosbagliato. D’invulnerabilità. D’intoccabilità. Un’invincibilità che non visomiglia affatto. E siamo venuti a cercarvi. Con addosso tutto il peso deisimboli. Carichi di quella magia carica di richiami, quell’occulto più pesantedel ferro, che pure dovrebbe, in qualche misura, affascinarvi. Vi abbiamochiamato a gran voce. Con il fiato e con la miccia corta. Faccia a faccia. Ingaggio da accademia dei vicoli. Brucia. È questo che brucia. Lo so bene. Per questo ora ti lamenti, digrigni i denti, parli di inferiorità numerica, diarmi improprie. Di vecchi, di bambini, di invalidi e donne incinta. Igiornalisti prendono appunti: caschi, coltelli, passamontagna. Ma sai bene chenon c’è nulla fuori posto in questa storia. Sei dei nostri sono finiti dentro,accollandosi nei referti tutto il materiale ritrovato sul posto. Gli astemipersino le bottiglie di birra. Ma non è questo il punto. Osare, questo serve. Dieci, cinquanta o cento, per noi sarebbe stato lo stesso.Una volta partiti, non c’è ritorno. C’era poca polizia, denunci. Come setoccasse ai blu la difesa dei vostri covi. Noi l’antifascismo non lodeleghiamo. È un luogo comune, certo, una frase pronta, precotta, già sentita.Ma è anche una realtà metodologica mica da ridere. E così come non abbiamo maiimplorato le istituzioni affinché chiudessero d’imperio, dall’alto, le vostresedi, alla stessa maniera, e per lo stesso principio, siamo venuti aconsegnarvi di persona un messaggio. Che nessuno, in futuro, scambi la nostrasovrana indifferenza per impotenza. Una sede in più o in meno, a noi cambiapoco. Ma i simboli sono fondamentali. Se così non fosse, ci sarebbero i lunedì seradi marzo o i primi pomeriggi di aprile. Quanti militanti avrete in quei giorni?Quanti blu? Invece nel mirino del luminoso pre-cena di sabato non c’era lavostra sede, come avete erroneamente compreso e riportato. C’eravate voi. Levostre pratiche. Le vostre convinzioni. Voi, come soggetti trascendenti. Ma alla fine, guardandoci le mani impolverate, o i jeans stremati da più diquattro ore sul pavimento di una questura, dobbiamo amaramente concludere chevi abbiamo sopravvalutato. Che la pratica di strada torna buona solo quando sidanno. O quando si deve giocare a fare i reduci. A dire che un tempo, qui, eratutto diverso. Era tutta campagna. E i compagni dell’epoca si affrontavano coifasci come i paladini delle Chanson de Geste. Secondo le regole dellacavalleria. “Roba da anni Settanta”. L’hanno scritto pure i giornali. E magarilo condividete pure. Adoratori di una Costituzione che trent’anni fa avrestecombattuto, adesso vi ripulite la faccia nel comune senso della decadenza deicostumi. E tutti a dire: “Che schifo, che vergogna”. Tutti ad assecondare loschifo e la vergogna dei bravi cittadini neutrali. Ma ai bravi cittadinineutrali non interessano le nostre avventure, camerati. Non importa degliarrestati, del pane a costo zero, del signoraggio o del mutuo sociale.Ricomponetevi come banda. Che perdere una battaglia non è mai così deplorevolecome perdere la faccia.
| inviato da illaerte il 28/2/2012 alle 19:0 | |
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23 febbraio 2012
Il diritto feudale
Ai compagni detenuti. Ai compagni sotto processo. Ai compagni condannati. Allaloro ironia.
No, è inutile rimettersi a martellare il ferro arroventato. Di nuovoSpaccarotella, di nuovo Placanica, di nuovo la pattuglia assassina di Federico.Di nuovo casi di cronaca nera, elevati al rango d’esemplarità. Per dimostrare idue pesi e le due misure del nostro sistema giudiziario. No, stavolta no. Nonsiamo La vita in diretta. O L’Italia sul Due. Allora facciamo così.Sentenziamo. E che si sappia.
Noi alle spalle non lasciamo nessuno. Nessun prigioniero. Strascichi comecapelli incastrati tra le porte e gli stipiti. Numeri. Black-bloc, oggi; SudRibelle, No global, Anarco-insurrezionalisti, filo brigatisti, No-Tav, No-Mose,ieri, sempre. Anni di vite bio-compattate da editorialisti, sbirri, magistrati.Una definizione a comparti stagni, ignifuga e impermeabile. Una certezza dicarta. E tanto basta. Eppure vite reali, ci avete mai pensato? Abitudini,ascensori, anticamere, le-faremo-sapere. E magari pizze il sabato sera,aperitivi il venerdì, traffico e cuffiette. Nel calderone delle anime dannate.Numeri e definizioni. Giusto il nome e cognome, circoscritto, sbattuto in primapagina come il proverbiale mostro. Damnatio memoriae. Perché sui corpi checredono sconfitti, sui corpi non protetti, abusano con gusto. Nel nome del sacralizzatodovere di cronaca. I neri di Piazza San Giovanni non sono mica militari inmissione all’Aquila, che tra una spalata di neve e una strada pulita trovano iltempo di frequentare feste private. Non sono mica i terminali dei traffici colSudamerica, quelli della città alta, della città bene, i cui blasonati cognomivengono taciuti fino all’inverosimile. Nel nome della sacralizzata privacy.Oggi sappiamo che un compagno di 20 anni – perché compagno è chi respira i nostri stessi lacrimogeni – ne ha presi 4di reclusione, e un secondo di 21 ne dovrà scontare 5. Si vanno ad aggiungeread altri nomi e cognomi, ad altre vite, condannati a pene spaventosamente sovradimensionate,se avessimo nel cervello il chip della legalità borghese. Resistenza aggravataa pubblico ufficiale. Uso di pietre. Come i fottuti tribunali britannicidell’antiterrorismo.
Ridicolo, patetico, vecchio Stato di merda. Con le rughe, le grinze, la pelle morta. I tuoi giudici infliggono pene come ilord feudali, anche senza parrucche. Per vendetta. Per lesa maestà. Ci sta. Ènelle regole d’ingaggio, quando si gioca coi morti. Ed è questo che ti fatriste. E fa sconfitti, penosi e tristi i tuoi rappresentanti. Tristi,indicibilmente tristi. Perché, come certi introversi che attaccano perdifendersi dallo scherno, per sfuggire all’immagine sociale che hanno, cosìl’impotenza senile, la frustrazione, la ripicca trapela dalla sproporzionedelle pene inflitte col piglio della giustizia. Col timbro tonante di chis’illude d’ottenere rispetto. Cinque anni, in questo Paese, non si dannoneppure agli assassini. Però – mi pare di sentire le voci, ed anche dicondividerle – l’uxoricida che soffoca la moglie col cuscino, o il cornuto chespara all’amante, non si sono presi gioco di quell’immonda porcheria chiamataIstituzione. Noi si. Ed è quello il punto. Già, perché lontani dai nomi ecognomi di Repubblica, c’eravamo tutti quel giorno. Tutti, anche quelli che nonc’erano. A vedere le belle camionette sfilare tra la folla, a difendere ilcorpo unico della rabbia, la comunità, a contrattaccare. Abbiamo visto tuttigli sgherri scendere col ghigno di chi vuole farla finita una volta per tutte.Poi ne abbiamo visto le schiene, in fuga. E le fiamme. Alte, altissime. Potenticome la vita che ci incendia la bocca dello stomaco. Te la sei presa, Stato dimerda. Perché sei permaloso come tutti i vecchi irrisi dai ragazzini. E se dellemogli fedifraghe, dei mariti violenti, dei militari stupratori, dei trafficantidi coca e di uomini, dei taglieggiatori, dei costruttori di amenità abusive,puoi fregartene e te ne freghi, di un ragazzino di vent’anni che ti umilia no, diquello non puoi permetterti di fregartene. Di lasciarlo andare o di giudicarlosecondo gli strombazzati codici del diritto. Perché potrebbe diventare unesempio, pensano i tuoi esecutori d’ordini. Ignorando che un ventenne cosìdell’esempio è già il sintomo. Non l’avvisaglia.
| inviato da illaerte il 23/2/2012 alle 13:14 | |
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7 febbraio 2012
La città-alibi
Me le vado a cercare. Si, certo, lo so. È così. Non avete tutti i torti. Però, sapete, a volte le Presenze Odiose – quelle indefinite, stereotipate,quelle dimenticate, semirimosse – sbucano dai margini dello specchio, da dietrole porte, dal frigo, dalle tazzine della Illy, come i fantasmi di Melinda aRaidue. Nonostante tutti gli sforzi compiuti per condurre un pomeriggio retto. Così. Perché magari è un giorno così, che ti va di sentire il vento ululareforte e poco altro. Guardare fuori dalla finestra pronunciando, di tanto intanto, la parola “acquaneve”. Uno di quei giorni che no, non ti va proprio di sentire il fegato pulsareall’impazzata, di pensarlo quasi fosse un secondo cuore più impulsivo, piùevoluto perché semplificato. Uno di quelli che pensi sia bastato ieri. D’aver già dato, in quanto a travasidi bile. Invece ti torna in mente un tardo pomeriggio dei tardi Novanta. Che l’estate èpraticamente finita e si veleggia verso un autunno carico di promesse. Promessedi conflitto. E Piazza del Lago è già illuminata, mentre si chiacchiera di quelche sarà. E le facce smunte attorno mi comunicano che probabilmente hosbagliato periodo. O prospettive. O amici. Io lotto già solo per far anticiparele premesse. Riprendere un minimo di attività, lì all’università, non sarebbeniente male. Penso. Malissimo,invece, leggo negli occhi di questi. Deluso, avanzo verso la fontana, pronto alcommiato. Uno di loro mi affianca. Paterno e paternalista. L’avrò giàraccontata dieci volte sta storia. Ma mi fa da paradigma dei giorni chepassano. Che volete da me se è questa la prima immagine che mi si affaccia allamemoria? Insomma, paterno, paternalista, già reduce, questo mi dice che si, micapisce, ma sai, “tu sei ragazzo, hai il pepe al culo”, mentre loro, proseguecome se dovessi per forza di cosa rendermene conto di mio e di mio capitolare,sono compagni di lungo corso, già segnati dalla vita e dalla strada. Lamilitanza e le sue cicatrici, in sostanza. Poco più di venti anni, io. Poco piùdi venticinque, loro. “Si, dev’essere così, grazie mille”. Dovrei aggiungerequalcosa. Giusto un allegato di concetto. Tipo: vi conosco da un po’, ma avendola certezza che non vi spaccate la schiena oggi, ho seri dubbi sull’abnegazionedei bei tempi andati. Ma non voglio diventare offensivo. Sono un ragazzo.Saluto e mi allontano. Quell’avventura non poteva durare. E difatti non durò.Ma non ho mai perso di vista quell’aggregato umano.
Una speciale, ordinaria sintesi di velleità individualistiche, di carrierismo,di edonismo, di moda e dopolavorismo dell’impegno forzato. C’è chi harealizzato il suo sogno di portaborse, chi è stato assunto da un ente pubblico,chi fa l’artista. Ma per tutti il minimo comune denominatore resta la sindromedel pesce rosso nella vasca. Sapete quella storia secondo cui il pesce diventagrande quanto il contenitore che lo imprigiona e nel quale nuota? Ecco, perquesti (e non solo per questi, per carità, è vezzo diffuso!) non è mai cosìsemplice. Loro sono pesci piccoli solo perché ingabbiati da una città mediocre,gretta, stupidamente violenta, incolta. Ma si percepiscono come gigantidell’acqua. Anime immense e creative, poetiche e scanzonate, valide oltre ogniragionevole dubbio. Incatenate da una divinità malevola nel peggiore degli acquari.Per anni hanno rifiutato con rabbia l’idea stessa che questa galera di nomeFoggia potesse bloccarne lo sviluppo, tarparne le ali. Per anni hannocontinuano a sostenere la loro superiorità morale – alimentata a filmografiescandinave in lingua e distacchi dal reale che altri classificherebbero sottoil nome di Disadattamento sociale, ma che per loro era ascetico ritiro d’elite– rifiutandosi di prendere in considerazione un coinvolgimento in attivitàproprie del contesto. “Questa città non mi merita!”. Parma, forse Vicenza,senz’altro New York. Quelli, i luoghi protestanti del Merito, avrebberocompreso queste anime grandi. Spiriti nobili e supremi che il Signore, nellasua infinita ironia, aveva fatto fiorire come datteri sugli scogli brulli dellazannierità locale. Ma che vogliamo farci? Alla fine sono tutti qui. Mossi da unreticolo di rancore che si fa sistematica critica. Il traffico, il vandalismo,la segnaletica. Oppressi da una frustrazione che è il risvolto più evidente dellapresunzione. Perché se glielo vai a chiedere, loro c’hanno provato a migliorarequesta città. Ma questa città non ha alcuna voglia di farsi cambiare. Da loro,quanto meno. E allora che si fotta!, dicono in coro, tornando a canticchiareGuccini e De Andrè di annata, sorseggiando vini via via più degni di loro,parlando di libri mai letti, scoprendo quanto sia glam il jazz. Non sa cosa siperde, Foggia! Quante mostre a tema, quanti concerti, quante tele sfregiate inmeno, ha avuto, questa piccola città, senza il loro decisivo apporto!
Oggi, sulle note di una cantautorale canzoncina banale, mi è tornata in mentequesta genia. La progenie delle Persone Odiose. Ed era dall’Epifania che non mi soffermavosulla tipologia dei Rompicoglioni. In quel periodo, come si sa, ripartono versoil loro Nord Mistico i Critici Espatriati, non prima però d’aver finito disvuotare in piazzetta le sacche del livore nei confronti dell’invivibile città.“Ma come diamine fate a viverci?”. In questo, s’esprimono le Monadi Stanziali, iSolitari Tuttologi, i Mai-scesi-di-casa. I dotti, medici e sapienti che ci continuanoa vivere come se facessero un favore a me. In sostanza, sono passato dai “Perchéci torni?” ai “Perché non te ne vai?”. Dove?, mi si domanda. Affanculo!, misembra ovvio. Finanche scontato, senz’altro offensivo per le vostreintelligenze superiori. Perché siete irrecuperabili, fighette. Il vostrotalento cristallino nel tenervi alla larga dalla plebaglia ha fatto di voi unmonumento all’inutilità. E, sapete cosa vi dico, in questo ordinario giorno dirabbia? Che dovreste ringraziarla, questa città, per l’alibi perpetuo checoncede alle vostre vite, al vostro ego mai messo a dura prova dalla dura provadei fatti. Che a Milano, d’un tratto, non servono più innovatori del linguaggio,a Bologna non si trova un posticino per un geniale architetto? Certo che si, mala strada verso la stazione, quella che conduce dritta al biglietto di solaandata, è ben più faticosa di un motivetto che descriva – impietosamente,sagacemente, in maniera sferzante, come piace a voi – quel rettangolo di stradeche, da sempre, non praticate, non conoscete, non vedete neppure. Se volessi,potrei narrarvi di una Foggia splendida e inaspettata, delle imprese nonsospettate di foggiani che, a differenza vostra, non hanno il culo parato e alcaldo e si mettono in gioco quotidianamente per evitare la prigione – questasi, reale – del Luogo Comune, del Folkloristico, del Kitch. Ma non voglio,perché questo non è il momento del confronto. È il momento del vaffanculo.
| inviato da illaerte il 7/2/2012 alle 12:18 | |
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20 gennaio 2012
Le insegne luminose
Impressioni sulla cosiddetta Rivolta dei Forconi in Sicilia
“Oggi per tutta la giornata una trentina di compagni/e dei centri socialipalermitani Anomalia e Laboratorio Arrigoni hanno partecipato e sostenuto ilpresidio del Movimento dei Forconi e degli autotrasportatori”. I compagnimettono un freno alle voci. Al chiacchiericcio casalingo dei collettivi sullapresenza di destri infiltrati, ai sospetti di egemonie ambigue. Al blablad’ordinanza. E lo fanno con un comunicato da prima linea, onesto e teoricamenteimpeccabile. Fanno bene. “La protesta popolare che si sta diffondendo inSicilia come tutte le proteste di questo tipo sono complesse, di massa econtraddittorie, ma di sicuro parlano il linguaggio della lotta contro laglobalizzazione, contro Equitalia e lo strozzinaggio legalizzato che stamettendo in miseria larghe fasce della società siciliana, contro la castapolitica di destra e di sinistra che sta mettendo in ginocchio i lavoratori ele loro famiglie, contro l'aumento dei prezzi della benzina”. Che aggiungere? Onorea loro e sempre lodato sia l’attivismo. Ma qui le questioni si sollevano comepolvere in una biblioteca abbandonata. E non basta dire che si è dinanzi al complesso,al contraddittorio, per sfuggire a noi stessi. Alle nostre delimitazioni. Al Chi siamo? che dovrebbe guidarci nellescelte. Probabilmente non basta neppure dire che la pratica autonoma appoggia ealimenta il conflitto a prescindere dai furbetti – di destra o di sinistra –che affollano le manifestazioni per scopi prosaici, puramente pubblicitari. Perchéè il respiro delle lotte, la convergenza degli scopi, che fa l’internità alle rivendicazioni.Che ci fa parte dello scontro sociale.
Un partito – e per partito si intende una struttura organizzata, con compiti eruoli ben definiti, un programma e una strategia a medio e lungo termine,capillarmente diffuso sul territorio, con militanti e dirigenti pronti adentrare in azione, non certo un simbolo da barrare in caso di saltuarie tornateelettorali – avrebbe si il suo bel da fare. Perché non ci sono solo gliautotrasportatori siciliani in rivolta contro il caro-gasolio. Ci sono itassisti al Circo Massimo, i farmacisti che si oppongono alle liberalizzazioni.Come i Cobas del latte qualche anno fa. Schegge di un fenomeno che nelMesozoico si sarebbe definito “proletarizzazione del ceto medio”. Ilprogressivo impoverimento della piccola-borghesia, la crisi dei ricavati deipadroncini. Un partito, si diceva, si approccerebbe a queste lotte. È vero. Magodrebbe, anzitutto, di un rapporto di forza che al momento nessuno di noi puòneppure sognare di possedere. E da questo farebbe discendere una serie didiscriminanti che mirerebbero inevitabilmente al superamento del dato di fattoe all’innalzamento della posta in gioco. In una parola: all’egemonia. Perché èinutile girarci attorno: le lotte o si radicalizzano o si egemonizzano. Nonsiamo l’esercito della salvezza. Non forniamo manodopera a costo zero. Nonsiamo degli idealisti sciocchi, degli utili idioti, alla mercé di chiunquevoglia fare un po’ di casino per strada. Agricoltori, notai, commercialisti. Accettarela piattaforma rivendicativa dei “rivoltosi” siciliani significa, di fatto,accettare una logica di scontro tra settori della società che non ciappartengono, che ci sono estranei quando non avversi, seppure quella stessa “rivolta”risulti occasionalmente appoggiata dai braccianti o se per noi quellerivendicazioni significano “lotta alla globalizzazione”. Per gliautotrasportatori l’orizzonte è un sostanzioso rimborso spese sul carburante. Aspese, probabilmente, della collettività regionale. E basta. E per noi questonon è neppure un passaggio tattico, come si diceva ai tempi.
Dobbiamo fare i seri, i colti, i preparati? E sia! Georgi Dimitrov, dirigentebulgaro dell’Internazionale, nel suo Rapporto al VII Congresso, definì ilFascismo come la “dittatura terroristica aperta del capitale finanziario”. Unadefinizione destinata a imperitura fortuna. A ripetizioni ennesime, quasipappagallesche, da parte di centinaia, di migliaia di compagni-Bignami in cercadi capisaldi teorici. Una citazione senz’altro adatta a indicare i confini delFascismo-Stato, quello che per il Comintern accomunava Italia e Germania, nel1935. Ma, se lo vogliamo dire, assolutamente inadatta a chiudere il discorsorispetto alla complessità del movimento fascista ai suoi esordi e alla suadifferente invasività nei differenti territori. Per l’Italia, quanto meno,probabilmente è più efficace la spiegazione che dei tratti somatici delFascismo-movimento ha dato Renzo De Felice: espressione della “lotta di classedella piccola-borghesia”. Il piccolo-borghese – quello “solo un po’ coglione”di gaberiana memoria – carico di frustrato rancore impotente nei confronti deipescecani della finanza, delle banche, del grande borghese e delle istituzioni-sanguisuga,e al contempo reso timoroso (quando non terrorizzato) dall’ascesa del movimentoproletario, dal cui orizzonte valoriale è separato per indole e presuntomerito, che trova il suo rappresentante ideale nel violento, irrazionale,vitalista fascista. Che combatte e vince in delega le battaglie che, da solo, ilpiccolo-borghese non saprebbe neppure cominciare. Se si omette questo aspettodella cosiddetta “rivoluzione fascista”, si tace sull’aspetto che – più ancoradel corporativismo o del fideismo cattolico – maggiormente ha lasciato sporenella vita politica di questo Paese. Sull’aspetto destinato ancora oggi araccogliere fortune, nonostante il parere illuminato di molti compagni – cheprima hanno reso il Fascismo una specie di macchietta e poi ne hanno achiacchiere combattuto gli spaventapasseri – che hanno relegato le sparate “antiplutocratiche”di Forza Nuova o Casa Pound a semplici “furti ideologici” ai danni di unasinistra distratta. Ma così non è. L’armamentario anti-capitalista del Fascismonon è roba degli anni Zero. E neppure degli anni Sessanta. È una caratteristicainsita nel movimento. E se si omette l’internità di queste posizioni ad unaclasse – o sottoclasse, come la piccola-borghesia – è ovvio che si perdono iparametri.
In quest’ottica è semplicemente assurdo, quando non antistorico, sorprendersidelle simpatie dei gruppi neofascisti per i blocchi stradali dei tartassatiepigoni del ceto medio. O, peggio ancora, ritenerli ospiti inattesi. E da lontanocredere che sia l’inizio di una rivolta generalizzata, antipolitica edantiborghese. Una disarmante innocenza, o una paurosa distanza dalla vitareale. Si scelga il male minore. Non è il caso dei compagni siciliani attivisul campo, ovviamente. Non ci permetteremmo mai di criticare le pratiche. Dicoloro che con la presenza tentano di arginare una deriva. (Uno deglispettacoli più ridicoli, raggelanti e grotteschi, ai quali capitaoccasionalmente di assistere è la presa di posizione decisa, ferma e definitiva,dei collettivi politici del microcosmo. Su questioni di ampio respiro, diinteresse nazionale o planetario. Volantini in ciclostile o nota su facebook. Èuguale. Come vedere l’incontro del Mar Baltico col Mare del Nord a Nordkapp.Lascia il segno). Ma, guardiamoci negli occhi: questa delle corporazioni è unabattaglia che non ci riguarda. Anacronismo per anacronismo, un tempo siattribuiva alla Classe Operaia il ruolo di guida del proletariato in lotta.Perché quando i metalmeccanici sceglievano la via del conflitto, dietro lebandiere dello scontro s’allineava l’intero indotto della classe. Fino aiferrovieri e ai bidelli. E di solito si lottava per il contratto nazionale dilavoro, per evitare la polverizzazione delle istanze, per riunire le monadi finoallo Statuto dei Lavoratori o, nei casi più arditi, all’Uomo nuovo. Non perpagare di meno il gasolio. Certo, negli anni, al mutare dei contesti esoprattutto delle guide (sindacali e politiche), anche le lotte operaie (guai amitizzare!) hanno assunto in diverse occasioni i tratti esterni della lotta dicategoria fine a sé stessa. Arese, Termini Imerese, Melfi. Destinandosi, non acaso, al dimenticatoio della storia e alla sconfitta. In soldoni: la differenza sostanziale tra la causa generale, quasiuniversale, degli operai organizzati e la strenua difesa dei privilegi dicategoria, per quanto ammantata di populistici richiami alla guerra sociale,dovrebbero apparire chiari a chi ha fatto della militanza una scelta di vita.Tra le tante, magari, ma pur sempre una scelta. Invece: Viva la Rivoluzione Siciliana!, strepitano tutti. E nessuno prendeun treno, un aereo, noleggia un furgone, e parte.
| inviato da illaerte il 20/1/2012 alle 9:58 | |
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3 gennaio 2012
Il boom d’Equitalia e i giornalisti defunti
Le parole sono calme, asciutte. L’intera macchina del commiato odora dirotativa. Il rimando al vecchio stampo è nei visi solcati da rughe messe inbella mostra, nello schiocco della lingua di fronte al microfono; ad ungiornalismo aulico che sfornava pagine degne d’un cofanetto ed inadatte adincartare il pesce. È successo per Giorgio Bocca. Era successo per Enzo Biagi.Succede sempre. La parola cronista assume, nei ritratti dei colleghi affranti ecomposti, un significato evocativo, artigianale: macchine da scrivere einchiostro. Le grandi inchieste fatte di fatti, le notizie scovate , l’arte dipesare i concetti. Truman Capote. I giornalisti sopravvissuti, dinanzi al feretroo sul sagrato, elogiano l’immancabile penna caustica, la vena polemica, lamorale inflessibile del defunto. E prima di ritornare in redazione, non silasciano mai sfuggire l’occasione di fissare qualche frase sul mestiere delgiornalista. Di quelle belle, ad effetto, a mo’ di epigrafe. Sull’eticaprofonda, sul senso ultimo della missione. La più gettonata rimane: “ungiornalista deve raccontare la verità”. Nonostante tutto. Contro tutti.
La notte di Capodanno ha fatto Boom! la saracinesca di Equitalia, qui a Foggia.L’indomani, certo, anche Truman Capote si sarebbe recato sul posto, in viaPortogallo. Magari con Bocca e Biagi, sfruttando il passaggio. Nuovamente cronisti,coi loro bravi taccuini, avrebbero riempito una paginetta di appunti. Annotatoi segni visibili della devastazione, appuntato le risposte degli investigatorialle convulse domande. Perché una saracinesca sfondata resta pur sempre unanotizia. Probabilmente subito dopo, però, i cronisti defunti, forse perchéscevri dalle umane passioni, una volta dinanzi alla Olivetti, dopo aver dettoquel che c’era da dire, avrebbero deciso di porsi qualche domanda. Su un fogliodi brutta avrebbero tracciato un promemoria: indagare al di fuori dei mattinalidegli sbirri. Puntare la penna al cuore del problema. Del resto, “ungiornalista deve raccontare la verità”. Sempre e comunque. Invece i nostri,quelli vivi, quelli che la possibilità di dimostrarsi caustici e coraggiosi cel’hanno ancora, sembrano abulici, svogliati. Scolari in attesa dell’ora diginnastica, non si degnano d’appassionarsi al mestiere, quando questo appare indosi da piccola cronaca nera. Così, tra ieri e oggi, più di ottanta pagine solosul web, di giornali reali e virtuali, dall’immancabile Repubblica a Telenorba,sono state riempite tirando e stiracchiando nei vari versi l’originario lanciod’agenzia. Del resto, tra cenoni e pranzi, anche la sciatteria si camuffameglio. Vandali, ordigno rudimentale, nessuna rivendicazione, gli investigatoriindagano. Per qualcuno erano già al vaglio i filmati. La mattina di Capodanno. Sconcerto.Si è tirata fuori la sempre utile dichiarazione di Manganelli, che avevaprofetizzato un’escalation dei soliti anarco-insurrezionalisti. Si è chiesto aldirettore di Equitalia che cosa ne pensa. E all’acquaiolo se l’acqua è fresca.Banalità da compitino. Torna alla mente la lettera a Savonarola. Benigni nellamacelleria, che cerca di convincere un ritroso Troisi. “Qua bisogna sfruttareil fatto che si sa più cose. Savonarola, se continui così finisce che tibruciano, lo vuoi capire o non lo vuoi capire?”. Ecco. Un po’ del coraggio edella veggenza figlia della conoscenza, dell’indagine. Nessuno ha detto adEquitalia che se continua così finisce che la bruciano? Eppure le cose sisanno.
Certo, c’è Report. Che, a sentire come ne parlano certi nostri scribacchini, hasui giornalisti lo stesso effetto catartico che fino a qualche anno fa la lottadei palestinesi aveva sul resto degli abitanti dei paesi arabi. Un lavacro. Iltrimbone salvatutti di una categoria verso la quale anche il le maleparolecominciano a non trovare forme efficaci di rappresentazione. Una categoria cheha parlato di “teppisti” per definire i cittadini baresi che l’ultimo dell’annohanno festeggiato come al solito, sparando botti, venendo così meno adun’ordinanza del sindaco. Teppisti. Una categoria che esprime ottimi narcisistio ex dal passato inevitabilmente fantasmagorico, e dal presente mediocre ma gonfiodi sagaci spunti critici e osservazioni alla Flaiano su amici e colleghi. Reportha dedicato del tempo a parlare di Equitalia. E magicamente è come sel’avessero fatto tutti, tale e tanto è l’effetto d’immedesimazione dell’ego. LaGabanelli è una sorta di igienista delle coscienze. “A Foggia, è stato colpitonella notte di San Silvestro il cuore pulsante dell'economia del lavoro”, hascritto Teleradioerre. Il cuore pulsante? Allora dev’essere stato un infarto! Nonc’è altra spiegazione.
Ma è bene concludere: una saracinesca è un essere inanimato. Nessun dizionariodella lingua italiana potrebbe sostenere il contrario. Le saracinesche nonpensano, non soffrono. Se provate ad invitarle a casa in queste notti, viaccorgerete che non mangiano né giocano a carte. Si può affermare, senza temadi smentita, che anche quella sbalzata a dieci metri dal suo sito iniziale, nonha sentito alcun dolore. L’ordigno, la bomba, il petardo, o qualsiasi altra cosal’abbia scardinata, non ha inferto ferite. Prova ne sia l’assenza, sul luogodel misfatto, di un medico legale. Una cartella esattoriale di Equitalia ha uneffetto completamente diverso. Colpisce uomini e donne in carne ed ossa,quotidianamente. Strozza l’economia a tassi da usura, costringe alla chiusuragli esercizi commerciali, sfibra e dissangua le famiglie, costrette a ricorrereal Padreterno per colmare gli oneri aggiuntivi di questi rapinatorilegalizzati. A volte uccide. Quasi sempre pignora e mette all’asta. Nelsilenzio disarmante di coloro che dovrebbero conoscere il cuore del paesemeglio dei meccanismi di copia-incolla. In sintesi: se è vero quel che si diceai funerali, dovrebbero essere i giornalisti morti a seguire certi casi dicronaca.
| inviato da illaerte il 3/1/2012 alle 13:2 | |
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